Cateno De Luca si è regalato uno riflessione di Pasqua all’indirizzo dei suoi “collaboratori e beneficiari” e il suo sfogo ha riportato in primo piano le dinamiche interne di Sud chiama Nord e le scelte del leader che, al netto delle dimissioni da ogni ruolo politico, rimane anima e deus ex machina indiscusso del movimento da lui creato.
“Su questa roccia, a Fiumedinisi, circa 50 anni fa sognavo di diventare qualcuno. Con lacrime e sangue ci sono riuscito! La vita non mi ha fatto sconti, anzi, ad ogni traguardo sempre più difficoltà ed ostacoli. Oggi ritorno su questa pietra e penso: quanti sindaci, amministratori di società municipali, consiglieri comunali, assessori, deputati, direttori generali, lavoratori, imprenditori, sono diventati tali grazie ad i miei sacrifici ed alle rinunce della mia famiglia?”.
“Eppure tanti di loro mi hanno pugnalato alle spalle ed hanno dimenticato quando non erano nessuno, rivelandosi i Giuda Escariota 4.0, vendendosi per meno di trenta denari. Altri si sono bevuti il cervello ritenendosi maturi per prendere anche il mio posto (ma al supermercato vendono carisma ed autorevolezza?). Altri ancora hanno dimenticato la loro provenienza ed ora si sentono stanchi, sono spesso irascibili e non rispondono alle richieste dei cittadini, e quasi quasi devo ringraziarli per il sacrificio che fanno nell’occupare la sedia che gli è stata assegnata. Altri cominciano a dare segnali della sindrome del “Re Sole” che spesso degenera nel “Re Solo” cioè si ritrovano all’improvviso senza poltrona (forse così si apprezzerebbe quello che prima si disprezzava, chissà?). Altri appena seduti sulla poltrona cominciano a snaturarsi, a non fidarsi a sospettare di tutti perché la sindrome della casa di Gesù (quando entri non ci vuoi uscire più) ti porta a pensare di essere diventato autosufficiente e talmente bravo da accentrare tutto, sapere tutto, avvelenando le relazioni tra i componenti della squadra, pensando che sia la garanzia per continuare ad imperare”.
“Pochi ricambiano ogni giorno ringraziandomi facendo semplicemente il loro dovere senza se e senza ma con il sorriso e felici per l’opportunità che gli è stata data generando nuove opportunità per altri come una filiera produttiva. Comunque io oggi sono ancora qui su questa pietra e dopo 50 anni posso dire con orgoglio che sono partito da qui e sono rimasto qui nella consapevolezza che i miei sogni li ho realizzati e forse potrei anche fermarmi qui e non occuparmi più di dispensare i miei sacrifici per coloro che non li comprendono. Ma io sono Cateno e continuerò ad essere Cateno”.
Così De Luca ha battezzato, alla sua maniera la Pasqua dei suoi compagni di viaggio, di ieri e oggi. Sciabolate e sullo sfondo, tuttavia, l’eco ineludibile di una questione irrisolta, anello di congiunzione tra passato e presente.
I numeri non sono punti di vista. De Luca, con il suo movimento, è passato dal dato clamoroso delle Regionali del settembre 2022 – un 24% targato Cateno De Luca che non è bastato per vincere ma che aveva una forte valenza politica e lo poneva di diritto in rampa di lancio per la futura corsa alla presidenza della Regione – al 7,6% poi delle Europee 2024. Nel mezzo il trionfo a Taormina nel maggio 2023 con un plebiscitario 65%, ma sempre a Taormina, 12 mesi dopo, il 37% da candidato alle Europee 2024. E prima ancora, nell’ottobre 2023, il flop delle Suppletive Senato a Monza.
De Luca ora carica: “Ma al supermercato vendono carisma ed autorevolezza?”. Vero. Il punto è che quel gap enorme di carisma e autorevolezza ce l’ha dentro il suo “cerchio magico”. La dura legge del supermercato è un problema grande quanto una casa che De Luca non ha mai voluto vedere. Una cartina di tornasole su cui continua a sorvolare. Un limite oggettivo che è stato ed è legittimato dallo stesso De Luca e che lo ha allontanato dall’assalto finale a Palazzo d’Orleans.
De Luca, ad un certo punto, ha avuto la chance di diventare il futuro presidente della Regione e coronare il suo sogno. Sull’onda lunga delle Regionali 2022 e della sua elezione a Taormina ci sarebbe potuto arrivare col sigaro in bocca ma quella opportunità l’ha buttata via, perché si è lanciato in una serie di scelte sbagliate e ha circoscritto il suo percorso attorno alla prima linea di un “cerchio magico” che sul piano politico non è mai stato di pari livello rispetto alle sue ambizioni e che, alla fine della fiera, lo ha zavorrato. Non puoi pensare di lottare per la Champions League se ti affidi sempre ad un undici da metà classifica. Neanche Maradona da solo poteva tanto. Così si è frantumato quel 24% del 2022, che rappresentava un’ipoteca sulle Regionali 2027. I migliori soldati non s’inventano generali. E’ una questione di caratura.
La slavina dei vari addii che si è registrata in ScN può essere interpretata e definita come la si vuole, ogni vicenda è differente da un’altra, ma nel complesso è stata detonata da un’impostazione in cui il “cerchio magico” di Cateno De Luca si è preoccupato di isolare il capo e perimetrare gli spazi attorno a lui. Una impostazione condivisa e avallata da De Luca. Alla fine della fiera tutti gli altri sono stati marginalizzati e accompagnati alla porta, puntualmente ridotti alla parte dei “traditori” e degli “ingrati”. La gratitudine che si aspetta De Luca da quelli che lui ha inventato e plasmato è legittima ma la linea di confine che separa i grati dagli ingrati non può essere la fidelity card di una “devozione” politica col mutismo selettivo in dote e la postura politica totalmente appiattita di quelli che lo affiancano. Persone – sia chiaro – che meritano il massimo rispetto e la simpatia del mondo sul piano umano, ma che hanno mai messo in discussione di una virgola le posizioni del leader, soprattutto quando bisognava fargli capire che c’erano (e ci sono) cose da rivedere e ripensare.
De Luca ha costruito la sua fortuna dal nulla e su questo ci piove, ha avuto la straordinaria intelligenza e lucidità di fare quello che altri non sono stati capace di fare e nemmeno di immaginare. Chi non gli riconosce questo merito per mero fatto personale o puro sentimento antideluchiano fa un torto alla propria intelligenza. Ma De Luca non può ostinarsi a guardare al futuro dalla comfort zone di chi si circonda soltanto di quelli che “battono le mani“, i “beneficiari” chiamati a una venerazione quasi biblica, “non avrai altro Io all’infuori di me”. O fai tabula rasa, reset e cambi l’impostazione oppure lo sfogo è come la mossa del cavallo, con l’indice puntato sui capri espiatori perché in realtà, per il resto, nulla deve cambiare.
Il ragionamento vale in piccolo per la stagione politica a Taormina, in cui De Luca sta danzando sul velluto del nulla totale della classe politica paesana praticamente rasa al suolo e che si è messa da sola i chiodi nella bara. Ma il sindaco a Taormina si è perso per strada il consenso plebiscitario della gente e il sentimento popolare non è neanche lontano parente di quello del 2023. Stesso discorso vale, in termini assai più importanti, se vuole rilanciarsi sulla dimensione regionale, dove la mossa di agganciarsi a Schifani e al centrodestra è stata utile, l’unica possibile per tirarsi fuori dall’isolamento, ma drenare il problema è una cosa e risolverlo è un’altra. E oggi – come ieri – ScN senza De Luca e senza i suoi voti e senza la spinta del leader che si mette di nuovo a girare la Sicilia in lungo e in largo, non può andare da nessuna parte. I big del centrodestra lo sanno e lo aspettano al varco.
In fondo la storia è uno sliding doors fatto di momenti e di coraggio: quello che nella vita o si ha o non si compra – appunto – al supermercato. E la storia la fa una classe dirigente che deve avere personalità, non una dimensione a strapiombo in cui c’è un capo e gli altri nel ruolo dei Sanculotti. Gli adoratori di Cateno che lui stesso battezza come “beneficiari” e che oggi sono pure entrati nel mood di volare tre metri sopra il cielo (ma senza De Luca dove sarebbero?), quando si sono sentiti annunciare la candidatura a Monza avrebbero dovuto aiutare il leader con una mossa semplice: chiudere il capo in una stanza, sedersi accanto a lui e farlo ragionare. Dirgli: “Caro Cateno, pensaci bene e guarda che stai facendo una stron*ata colossale ad andare a Monza. Hai solo da perdere, fai il sindaco e togliti dalla testa che ti candidi lì”. E invece si è levato in alto, gaudioso e velleitario, il coro del “bravo”, “vai avanti”, “verrai eletto”. Stessa identica cosa quando bisognava tirare il freno sulle Europee e non era difficile comprendere che non esisteva possibilità per ScN di raggiungere il 4% e sarebbe stata scelta saggia non correre in quella tornata. I risultati si sono visti.
La narrazione dei Giuda e il tema dei Sanculotti sono le due facce della stessa medaglia. Le chiacchiere stanno a zero. De Luca ha davanti a sé una conventio ad excludendum. Se chiude l’accordo con Fratelli d’Italia e torna nel centrodestra non gli regaleranno nulla. Lui lo sa già. Rimarrà a lungo padrone assoluto di Taormina, a Messina e nella provincia messinese. Ma potrà bastare questa “prima linea”, la qualità politica del contorno attuale e il modulo dell’“uno fa per tutti” per rialzare l’asticella e ritrovare da qui al 2027 lo smalto e i numeri perduti del 2022? L’ambizione è legittima, il dubbio altrettanto. In una fase di metamorfosi servirebbero scelte radicali, totalmente opposte all’impostazione tradizionale, ma De Luca si è fatto la domanda e si è già dato la risposta: “Io sono Cateno e continuerò ad essere Cateno”. Lunga vita al cerchio magico che non si tocca e farà pure scuola politica di formazione. Rien ne va plus. I giochi sono fatti.


