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Ciclone Harry e clima, l’analisi di Giulio Betti (CNR) a TN24: “Onde devastanti come in Oceano. Zero vittime è una vittoria” (VIDEO)

Il Ciclone Harry e la devastazione lasciata lungo i litorali della Sicilia orientale, della Calabria e della Sardegna, riportano con forza al centro del dibattito il ruolo del cambiamento climatico nell’evoluzione dei fenomeni meteorologici che interessano il Mediterraneo. Eventi estremi sempre più intensi e frequenti pongono interrogativi che non possono più essere elusi. Per analizzare le dinamiche che hanno portato alla formazione e all’intensificazione di Harry, e comprendere quanto il riscaldamento globale incida su fenomeni di questa portata, abbiamo raccolto il contributo di Giulio Betti, meteorologo e climatologo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, attivo da oltre vent’anni nel campo della previsione meteorologica, della ricerca scientifica e del supporto alla catena di allertamento della Protezione Civile.

Nei giorni precedenti all’arrivo del Ciclone Harry cosa si pensava vedendo quei modelli che convergevano tutti sulla stessa linea, cioè quella della tempesta del secolo?

“Sì, è stata la tempesta del XXI secolo, ma direi anche probabilmente la tempesta del XX secolo, perché francamente quando osservavo i modelli meteorologici che generalmente sono piuttosto precisi in quanto a vento e mare soprattutto negli ultimi anni in cui appunto la per fortuna è andata molto avanti la ricerca e la implementazione della modellistica meteorologica, ero incredulo, letteralmente incredulo. Io sono 25 anni che faccio previsioni meteorologiche operative, sono 18 anni che collaboro con la Protezione Civile e non avevo mai visto francamente dei modelli proporre una tempesta del genere e infatti la preoccupazione era veramente altissima già alcuni giorni prima e rispetto a quando la depressione, la tempesta mediterranea si è manifestata”.

Nelle conseguenze ambientali e territoriali dirompenti di questo fenomeno, l’aspetto positivo – per il rovescio della medaglia – è stato quello della sinergia tra esperti protezione civile e sindaci, amministratori sui territori che ha consentito come una sorta di catena di montaggio un allertamento preventivo adeguato e ha reso perfetta la gestione di questo fenomeno, perché si sono registrati tanti danni ma neppure un ferito e soprattutto neppure un morto. Il Sud Italia mostra una gestione ottimale di un’emergenza, laddove molto spesso invece il meridione viene criticato in tal senso. Eppure nessun TG nazionale ha documentato nella fase precedente l’evento e poi ha, un po’ sommariamente, parlato del Ciclone Harry. Lo hanno fatto solo per non creare l’allarmismo o perché non è stata capita fino in fondo la vera portata dell’evento?

“Innanzitutto vorrei fare un commento rispetto alla preparazione eccellente e alla prevenzione che è stata fatta da parte dei colleghi della Sardegna, della Sicilia e della Calabria, perché veramente se non c’è stata neppure una vittima e neppure un ferito, è uno dei più grandi risultati a livello di prevenzione rispetto a un fenomeno meteorologico estremo. Qui stiamo parlando di qualcosa che va oltre la statistica. Bisogna fare un plauso, dovremmo essere orgogliosi tutti, ma io direi anche a livello europeo, perché comunque siamo anche in Europa. Dovremmo essere orgogliosi di ciò che è stato fatto. la sinergia, come giustamente sottolineava lei, tra allertamento meteo, Amministrazioni locali e mi viene anche da rilevare la grande civiltà delle persone che hanno di buon grado accettato anche evacuazioni parziali o totali alcuni comuni è encomiabile e dimostra che l’Italia, il Sud Italia, le Amministrazioni locali, se vogliono, se si coordinano e se appunto danno anche fiducia ovviamente alla scienza che aiuta in questi casi, danno luogo ad un risultato che è eccellente. Quindi un plauso rispetto a una gestione perfetta dell’allerta. Dopo di ché vorrei ricordare che spesso il Meridione d’Italia ha avuto a che fare con fenomeni estremi particolarmente intensi per motivi proprio anche climatologici e e geografici. È una zona esposta in alcune stagioni a fenomeni veramente intensi. Ecco, in questo caso, vorrei che se ne parlasse molto di più della vicenda. Per quanto riguarda la mancata comunicazione, o la mancata adeguata informazione che c’è stata durante e successivamente all’evento soprattutto, ma anche prima, direi forse che il tutto è stato sottovalutato a livello nazionale, probabilmente. Io da operatore non mi so spiegare questa mancanza di attenzione che mi ha colpito molto, che ho anche denunciato tra virgolette tramite media, tramite i social. Ero ero attonito di fronte a questo silenzio oppure alla scarsa attenzione. Forse è stato sottovalutato il problema e probabilmente non ci si aspettava una tempesta perfetta del genere, ma in realtà era accaduto”.

Il cambiamento climatico quanto ha inciso sulla formazione e sull’intensità del ciclone, considerando la portata di dati eccezionali come l’onda di 16 m registrata dall’ISPRA nel Canale di Sicilia, c’è stata una frequenza di 10-15 secondi tra un’onda e l’altra, un bombardamento di onde.

Allora, parliamo di dati oceanici. Praticamente abbiamo avuto a che fare con numeri che di solito si osservano, si registrano in oceano. I dati ISPRA non soltanto mostrano un picco di oltre 16 metri d’onda, ma appunto un periodo d’onda superiore agli 11-12 secondi. Oltretutto quest’onda era stata preceduta da onde superiori comunque ai 10 m. Cosa significa in termini tecnici? Significa che le coste della Sicilia orientale, in questo caso specifico, sono state raggiunte da onde sia, tra virgolette in gergo tecnico vive, cioè da vento, quelle onde molto alte che però hanno un periodo molto breve cui si sono sovrapposte onde lunghe, il cosiddetto swell, con periodo un periodo d’onda ampissimo e altezze d’onda, appunto, superiore a 10 m. La quantità di acqua che riesce a spostare una sovrapposizione di del genere che in inglese si chiama la cosiddetta Storm Surge, è talmente enorme da riuscire, come abbiamo purtroppo visto, a scagliare blocchi frangiflutti pesanti decine di tonnellate contro le case, cioè riesce a sollevare dei pesi e delle appunto delle rocce talmente pesanti da dare l’idea idea di quanta acqua spostasse spostassero queste onde e un’acqua del genere, una quantità d’acqua così enorme non può che essere legata a un vento anomalo, c’ha una quantità di energia che dal vento si distribuisce verso l’acqua, quindi la la rende mossa, ma è stato un vento che ha azionato il mare, tra virgolette a praticamente da Cipro, quasi da Cipro fino alla Sardegna, se ci si pensa, è un arco ampissimo lungo il quale le onde lunghe hanno potuto svilupparsi come avrebbero fatto in oceano”.

Come sta cambiando il Mar Mediterraneo e perché è più sensibile rispetto ad altre parti del pianeta a questi cambiamenti climatici?

“Allora, il cambiamento climatico, innanzitutto il Mediterraneo è un hotspot del cambiamento climatico insieme, direi, a gran parte dell’Europa. Cosa significa? Vuol dire che è una zona che si riscalda più rapidamente rispetto ad altre. E questo perché per motivi geografici e climatici è una zona Mediterraneo chiusa tra l’Europa continentale e il deserto del Sahara e risente ovviamente anche della circolazione oceanica dell’Atlantico, quindi è una zona particolarmente complessa da un punto di vista dell’interazione delle masse d’aria e quando il cambiamento climatico, cioè l’aumento delle temperature, va a modificare la circolazione generale, questo incrocio, diciamo, di configurazioni meteorologiche che è il Mediterraneo e l’Europa ne risente maggiormente rispetto ad altre parti del globo. Sul come ha influito, diciamo che su questa tempesta ancora devono essere fatti degli studi, ma probabilmente è una tempesta che ha dei tempi di ritorno a questo punto secolari, se non più che secolari”.

“Inizialmente io stesso ritenevo fosse una tempesta con degli eguali intorno a 50-40 anni fa, ma in realtà la il il giorno dopo, diciamo, quando si osservano i danni provocati, quello che ha colpito non è stata soltanto l’intensità delle onde, ma l’estensione incredibile in cui questa cui questa tempesta ha colpito, cioè la devastazione che ha portato ha avuto un’estensione talmente ampia da non avere assolutamente precedenti. A mio modo di vedere, almeno per quanto mi sappia io e qualcosina, insomma, ne so, il cambiamento climatico probabilmente ha influito, ci saranno degli studi di attribuzione ovviamente nei prossimi mesi, ma possiamo ipotizzare che le acque del Mediterraneo ormai cronicamente più calde del normale, non solo in superficie, ma parlo di una colonna d’acqua piuttosto ampia, hanno sicuramente fornito energia in eccesso al sistema, soprattutto per quanto riguarda le precipitazioni e gradiente termico e quindi anche barico che c’è stato anche con le alte pressioni di blocco che sono un altro elemento che ricorre col cambiamento climatico. Che cosa abbiamo visto? Abbiamo visto questa depressione mediterranea molto intensa, come altre se ne sono viste in passato, che però si è sviluppata all’interno di un bacino del Mediterraneo più caldo del normale, ma ormai in maniera cronica, lo ribadisco, e non è riuscita a muoversi adeguatamente verso est a causa dei blocchi anticiclonici che sono sempre più frequenti col cambiamento climatico, cioè si tratta di altre pressioni particolarmente forti che impediscono alle perturbazioni di evolvere in maniera rapida verso est. Quindi, che cosa è successo? Questa depressione ha scaricato tutta la sua potenza su un’area relativamente limitata di Mediterraneo in cui appunto purtroppo sono rientrate Sardegna, Sicilia e Calabria”.

A questo punto lo spartiacque, il bivio direi di questa vicenda dopo un evento del genere è il come dovrebbe, anzi dovrà essere immaginata la ricostruzione dei territori colpiti. Ma è possibile conciliare sicurezza, tutela ambientale e sviluppo turistico?

“Questa è una grande domanda. Ora io le mie competenze da un punto di vista ingegneristico e strutturale ovviamente sono limitate ma ritengo che sia possibile conciliare tutela ambientale, protezione delle coste e economia attraverso una delle opere di adattamento al cambiamento climatico e all’innalzamento medio dei mari, cosa che di cui non abbiamo parlato, ma io ricordo che per ogni centimetro di aumento del livello medio dei mari, durante le tempeste come queste, il mare entra 10 m più nell’interno, quindi anche se noi l’aumento di 15-20 centimetri del livello medio del Mediterraneo non lo avvertiamo perché comunque è limitato a livello visivo, si manifesta in tutta la sua potenza, non soltanto a Sud, ma in tutta Italia e in tutta Europa, attraverso le tempeste che entrano sempre più durante le quali il mare entra sempre più nell’interno. Quindi delle opere di trattamento sono necessarie, non si può ricostruire pensando che questi fenomeni non si ripetano, si ripetano fra un secolo, perché l’erosione, per esempio, che ha colpito le coste della Sicilia Orientale negli ultimi 20 anni è stata particolarmente intensa e laddove 20 anni fa avevo una linea di costa molto più spostata verso il mare, questa tempesta ha trovato una linea di costa molto più corta in molte località e quindi l’azione delle onde è stata devastante. Bisogna agire sia in protezioni attive, cioè proprio protezioni che limitino l’ingresso del mare durante le mareggiate. Ci sono moltissime soluzioni in questi termini, ma sono investimenti ovviamente che vanno fatti sia nella rinaturalizzazione di alcuni tratti di costa perché la vegetazione dunale, le dune naturali e là il ripristino di alcune zone da un punto di vista naturale arginerebbe molto l’azione delle onde, quindi ci vuole e deve essere fatto un lavoro, un investimento a lunghissimo termine, però fatto in maniera adeguata”.

Dopo il Ciclone Harry, il Mediterraneo ha lanciato un segnale chiaro, fortissimo. Perché non partire magari proprio dalla Sicilia, da Taormina, che è un simbolo internazionale del turismo e dell’incontro di popoli e culture, oggi territorio colpito, per promuovere una conferenza, magari sul clima e sul Mediterraneo, capace di unire scienza, politica e comunità.

“Sarebbe meraviglioso, sarebbe veramente simbolico e importante. Trovo che come iniziativa potrebbe veramente avere anche un impatto notevole e richiamare l’attenzione su un problema che ribadisco, non interessa soltanto la Sicilia, ma interessa tutta Italia. La stessa tempesta se si fosse verificata in altre regioni d’Italia avrebbe portato distruzione comunque, quindi va assolutamente affrontato e perché no? Perché non Taormina come location, come platea?”. GUARDA LA VIDEO INTERVISTA A GIULIO BETTI.

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