Una scia di sangue lunga 20 anni. Dalla Cecenia all’Ucraina, passando per la soppressione di voci critiche che ad ogni livello si sono opposte al Capo del Cremlino. A pagare con la vita la contestazione a Vladimir Putin sono stati politici, agenti segreti, giornalisti, scrittori, oligarchi, cittadini comuni e chiunque abbia osato contrastare il Capo del Cremlino. E’ una serie impressionante di morti ascritte alla storia come suicidi, incidenti e decessi occasionali che nascondono ragioni sempre legate alla protesta contro la presidenza russa. Tutto parte dall’agosto del 1999, quando l’allora neo-primo ministro Putin scatenò l’offensiva contro la Cecenia separatista, per arrivare fino al marzo 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina e gli attacchi indiscriminati alla popolazione di un Paese sovrano e indipendente. Il tutto per arrivare ai sette oligarchi che nel 2022 si sono apparentemente suicidati o sono morti in circostanze poco chiare, e che hanno tutti misteriosamente perso la vita negli ultimi tre mesi.
Per Vladimir Putin l’Ucraina è soltanto un pezzo di Russia, non esiste come Paese in sé. Ma negli anni è diventata dissidente, ha iniziato a guardare a Ovest e a parlare di Unione europea e Nato. E come da decenni accade agli oppositori in patria, Mosca non poteva accettare che quella che considerava una propria periferia mettesse in discussione il Cremlino. La guerra è stata una spietata conseguenza di quello che lo Zar ha considerato un inaccettabile voltafaccia.
Roberto Saviano ha raccontato in un interessante servizio per Fanpage i 20 anni di Vladimir Putin al potere, dall’ascesa ai giorni nostri, attraverso le tante morti sospette del regime. E’ la cartina di tornasole di un ventennio caratterizzato da un numero impressionante di dissidenti spariti nell’ombra, oppositori ammazzati in circostanze puntualmente poco chiare. O forse sin troppo eloquenti.


