Il posizionamento strategico di Giorgia Meloni sta entrando in una fase cruciale e per la premier contrassegnata da due decisioni che rischiano di risultarle fatali, alienando una parte decisiva del suo elettorato. La scelta di blindare il sostegno incondizionato all’Ucraina in politica estera e il netto rifiuto di aprire un dialogo politico con il generale Roberto Vannacci non sono semplici passaggi di governo di fine legislatura, ma scelte di campo. Di riflesso sta maturando un azzardo geopolitico e interno. In un momento di profonda stanchezza dell’opinione pubblica, queste mosse rischiano di incrinare l’asse tra Meloni e la base più conservatrice ed al contempo più scettica del Paese.
La prima scommessa di Giorgia Meloni riguarda la politica estera e la prosecuzione di un conflitto bellico che rimane privo di una via d’uscita diplomatica a breve termine e che va avanti ormai da oltre 1650 giorni (4 anni e mezzo), con l’invasione russa che ha lasciato sul campo tante vittime innocenti. Meloni continua a garantire un appoggio totale e senza riserve a Kiev e ad investire sulla spesa in armi, in una guerra che è già costata agli italiani 3 miliardi di euro. La gente pensa, piuttosto, che bisognerebbe puntare con determinazione sullo spiraglio di una pace da inseguire ad ogni costo per mettere fine alla guerra. Ed ecco perché continuare ad armare Kiev a prescindere, anziché costringere Mosca (e l’Ucraina stessa) a trattare, è un vulnus di carattere politico ma anche economico.
Meloni ha scelto di accreditarsi come partner affidabile ed atlantista “senza se e senza ma” nelle cancellerie occidentali. Tuttavia, questa linea si scontra con il sentimento odierno della maggioranza degli italiani, logorati dalle ripercussioni finanziarie e le complessità del caro vita, preoccupati dallo spettro dell’inflazione e dal timore di un’escalation militare sui fronti irrisolti come l’Ucraina e pure sullo scontro Iran-Usa. Le valutazioni della leader di Fratelli d’Italia su questo fronte rischiano di trasformare una “medaglia” all’estero in una zavorra interna.
Parallelamente, il muro alzato contro Roberto Vannacci rappresenta un pericolo tangibile sul piano del consenso in vista del voto per le Politiche del 2027. Il generale, forte di sondaggi stabili che lo accreditano ormai intorno all’8%, dà voce a quell’elettorato di destra deluso, euroscettico e identitario, che non si sente più rappresentato dalla svolta moderata e istituzionale di Fratelli d’Italia. Liquidare questa fetta di elettori come irrilevante o incompatibile con il progetto di governo significa lasciare praterie a Futuro Nazionale. Tanto più in una fase in cui la Lega è in crisi e Forza Italia arranca. Gli storici alleati della Meloni e partner di lunga data del centrodestra, in sostanza, non sembrano in grado di garantire a Meloni quei voti che servono per respingere l’assalto a Palazzo Chigi del campo largo, tanto più se alla fine il centrosinistra dovesse mettersi insieme in un quadro comprensivo anche di una convivenza tra M5S e Italia Viva. Il sorpasso della sinistra contro Meloni è più di un’ipotesi. Lo raccontano i sondaggi.
Senza quei consensi della destra radicale e con il malcontento sociale legato alla guerra, la maggioranza rischia di andare incontro alla inesorabile prospettiva di un consenso popolare che non basta e che, già adesso, continua a scendere rapidamente. Ed è uno scenario traballante che potrebbe ricevere il colpo di grazia sotto i colpi dell’astensionismo e della fuga di elettori verso destra, verso la spinta populista-sovranista di Vannacci.
L’impatto finale di questa strategia si misurerà sulle grandi partite istituzionali e avrà riflessi sulla futura corsa per il Quirinale. Per eleggere un Capo dello Stato d’area o per blindare una sua posizione di potere a lungo termine, Meloni ha bisogno di una coalizione di centrodestra vincente. Ovvero compatta e competitiva. Aver chiuso le porte in partenza a Futuro Nazionale ed isolato l’8% rappresentato da Vannacci, che pare in grado di spostare l’esito delle elezioni 2027, sposando una linea internazionale divisiva, potrebbe privare la Premier di quei voti parlamentari decisivi per riconfermarsi a Palazzo Chigi e per puntare poi al Quirinale. Giorgia Meloni in un solo colpo si sta giocando tutto. O perlomeno un pezzo fondamentale del futuro politico.


