Il Sud ha voltato le spalle a Giorgia Meloni. L’esito dell’ultima tornata referendaria ha cristallizzato una frattura che può diventare determinante per l’esito delle prossime elezioni Politiche. Il “No” alla riforma sulla giustizia si è trasformato in Sicilia, come anche in Calabria, Puglia e Campania, in una sonora bocciatura per il governo proprio in quelle regioni che, solo pochi anni fa, erano state decisive per la scalata del centrodestra a Palazzo Chigi (ad eccezione della Campania, ad onore del vero, che rimane a trazione di sinistra ma dove il trend vede ulteriormente arretrare la destra).
I numeri non lasciano margini di interpretazione. Il referendum sulla giustizia ha visto prevalere il No con un 65% di voti contro la riforma in Campania, il 57,14% di No in Puglia, il 57,26% di No in Calabria e il 64,8% di No in Sicilia. Se non è una slavina poco ci manca. Al referendum Costituzionale 2016 (Riforma Renzi-Boschi) il No stravinse al Sud e nelle Isole con percentuali vicine al 67-72% (ad esempio, 71,6% in Sardegna e 69,1% in Sicilia), superando di molto la media nazionale del 59,1%. Al referendum Taglio Parlamentari 2020 il No fu minoritario ovunque e al Sud si attestò mediamente intorno al 30%, con il Sì che prevalse con oltre il 69% a livello nazionale. Nella tornata dei giorni scorsi c’è stata, insomma, una netta tendenza del Mezzogiorno a votare in modo compatto contro le riforme proposte dal governo centrale.
I dati emersi dalle urne parlano un linguaggio di rivolta silenziosa ma netta che traccia una prospettiva ora preoccupante per il centrodestra: quell’ondata di “No” ha travolto i seggi, con percentuali schiaccianti che nel profondo Sud e nelle isole hanno sfiorato vette altissime, testimoniando un dissenso verso le politiche romane che ha ormai raggiunto il punto di non ritorno. Quello che l’esecutivo aveva presentato come un test cruciale sulla tenuta delle proprie riforme si è mutato in un drammatico voto di sfiducia territoriale, segnando un distacco umano e politico profondo tra l’agenda sovranista e le reali priorità del Mezzogiorno.
Il timore che oggi serpeggia cupo tra i banchi della maggioranza è che questo risultato non sia un episodio isolato, ma l’anticamera di un travaso strutturale di voti. La paura di Giorgia Meloni e di tutto lo stato maggiore del centrodestra è che il Meridione torni a essere il feudo delle opposizioni, un bastione di resistenza contro cui ogni futura ambizione elettorale della destra rischia di infrangersi. È soprattutto l’ombra di Giuseppe Conte a togliere il sonno ai vertici di Fratelli d’Italia: il Movimento 5 Stelle sta riguadagnando terreno, facendo leva su quel sentimento di protezione sociale e di vicinanza agli ultimi che ricorda in qualche moda l’epoca d’oro di Beppe Grillo. Una stagione finita ma forse non del tutto. In quel periodo, il Movimento, d’altronde, riuscì a fare il pieno di consensi proprio grazie a un approccio fortemente caratterizzato dal sostegno diretto alle fasce deboli, con delle misure simbolo come il Reddito di Cittadinanza, che al Sud vennero percepite come il salvagente contro la marginalità.
Oggi, la destra teme che la scure abbattutasi sui sussidi, unita a un carovita che morde con ferocia le famiglie meno abbienti, abbia creato il terreno fertile per una nuova, travolgente avanzata pentastellata e quindi del campo politico avverso all’attuale governo. Il rischio concreto, visto con una certa apprensione nelle stanze del potere meloniano, è che c’è un Sud che si sente tradito, abbandonato e persino punito dalle scelte economiche dell’esecutivo, decida di rifugiarsi massicciamente nel voto di protesta e nella richiesta di un nuovo welfare di Stato.
La narrazione di una nazione che viaggia a due velocità, alimentata dal dibattito sull’autonomia differenziata, ha convinto molti elettori meridionali che il progetto della Meloni guardi solo agli interessi produttivi del Centro-Nord, lasciando il resto del Paese al proprio destino.
Se il cosiddetto “campo largo” riuscirà a compattarsi attorno a queste istanze sociali, offrendo una sponda politica credibile al malessere del Mezzogiorno, l’equilibrio politico italiano potrebbe subire un ribaltone alle Politiche. Il Sud si trasformerebbe così da bacino elettorale sicuro per la destra nella rampa di lancio per il ritorno al potere dei Cinque Stelle e dei loro alleati.
Per Giorgia Meloni, lo scenario è ad alta rischio: trovarsi isolata in un Nord dove la concorrenza degli alleati di governo è sempre più agguerrita, mentre il Sud diventa terra di conquista per un centrosinistra a trazione grillina, significherebbe perdere la guida del Paese. Il segnale arrivato dal referendum è un avvertimento che non può più essere ignorato: senza il Meridione, la destra non ha i numeri per governare, e quel legame che sembrava saldo si è ormai spezzato sotto il peso di promesse non mantenute e di una crisi sociale che non accenna a placarsi.


