TAORMINA – Sono già trascorsi 5 anni dalla scomparsa di Giovanni Coco. Nelle scorse ore, l’8 agosto, ricorreva un altro anniversario di quel tragico gesto compiuto dal dirigente del Comune di Taormina che decise di tolse la vita nel modo più triste e spietato. Quel suicidio rimane una pagina nera della storia recente della Città di Taormina, una vicenda che vale sempre la pena ricordare e raccontare, per rinfrescare la memoria a tanti personaggi di questo territorio e per farla conoscere alle giovani generazioni che, presto o tardi, saranno chiamati a raccogliere l’eredità della deriva umana che ha investito Taormina e che continua ad affliggere la cosa pubblica.
La drammatica fine di Giovanni Coco è il manifesto della “cannibalizzazione” di un uomo perbene, ben voluto dalla sua comunità. Non era uno stinco di santo e non potrà ambire alla canonizzazione ma una persona che ha sbagliato e ha avuto le sue debolezze, sia chiaro. Un buono, disponibile con tutti, la cui superficialità si è infranta contro il muro di quel principio fatale del “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. La sua parabola ad un certo punto si è inclinata e, nel frattempo, si è trasformata in un paracadute per gli altri. Dal potere al precipizio, è l’esempio di una trama che si ribalta e che può accadere a chiunque in questa vita, quando quelli attorno prima ti utilizzano e poi ti scaricano.
Coco ad un certo punto non serviva più. E’ stato messo ai margini, persino esiliato a Giardini Naxos e spinto a consegnarsi lì alle onde del mare. Strappato senza pietà ai suoi affetti e pensiamo ai figli, alla moglie e ai suoi bellissimi nipoti. E’ una morte orrenda e brutale che serviva, perché Taormina – come ci disse poi un politico locale – se avesse parlato Giovanni Coco avrebbe “sarebbe stata travolta da una slavina”. Per questo è necessario ricordare un uomo che si è caricato sulle proprie spalle il peso di tutto quello che ha affondato la città, costretto a prendersi anche colpe che non erano sue, diventando in modo ingrato un simbolo di una stagione. Giovanni Coco serviva per costruire la narrazione bugiarda che uno solo aveva sbagliato e gli altri erano tutti lindi e immacolati. C’era bisogno di un “agnello sacrificale” e il bersaglio è stato isolato e condannato a morte da quel sistema di mezze tacche paesane che altrove non toccherebbero palla e solo in un contesto piccolo come Taormina vengono elevate a figure incisive. Un sistema fatto di spocchia e avidità, ruffianeria e ambiguità, doppiogiochismo squallido dove si squittisce e si tradisce per una fetta di crosta, un vulnus che ha travolto Taormina e che, al netto delle rotazioni nei suoi vari interpreti, ha spostato il terreno della partita. E’ una gramigna che non è stata estirpata. Un virus che ha mutato i suoi cromosomi e la sua forma, come la pelle dei “camaleonti“, ma non è mai finito.
Qualche giorno fa l’attuale sindaco di Taormina, Cateno De Luca ha parlato di “un elevato grado di corruttela ancora in parte presente anche nel palazzo municipale”, aggiungendo che sta “causando” il suo “inserimento in tanti libri neri”. Al di là della teoria dei “libri neri”, dove forse la gente sta collocando l’attuale sindaco perché lui dovrebbe metterci più umanità nei rapporti con gli altri e togliersi di dosso un pò di presunzione, il punto è un altro. Le regole doveva e deve farle applicare la politica. Quella del passato non funzionava e ha scaricato Coco dopo essersene servita e averlo utilizzato per 30 anni. Quella di adesso, sin qui, non è stata affatto la panacea dei mali.
La “corruttela” di cui parla De Luca è un fatto grave e siamo certi, che tali fatti siano già stati segnalati alle autorità e che in particolare siano stati individuati gli eventuali soggetti che, stando a questa dichiarazione forte, si renderebbero autori ancora adesso di tali condotte e/o dinamiche irrispettose della legalità.
Proprio questa espressione – “corruttela” – sembra una cartina di tornasole dell’intera narrazione di ieri e di oggi. E’ un pò un paradosso, perché la gran parte dei dipendenti comunali che c’erano al palazzo nell’era della cosiddetta “mela marcia” Giovanni Coco ormai sono andati in pensione. E se i potenziali attori e/o terminali delle vecchie malefatte sono fuori dai giochi ed il personale dell’ente pubblico è cambiato e si è rinnovato con altri innesti più recenti, ma i problemi ancora persistono, allora c’è da capire e da riflettere. Dove si annida il problema? Il tallone d’Achille è da qualche parte nel manico?
Non vorremmo accorgerci, insomma, d’incanto che la storiella di Giovanni Coco “dipendente infedele nel paese degli onesti”, unica e sola “mela marcia” degli ultimi 30 anni nella cosa pubblica a Taormina fosse una stronzata ad hoc, comoda e utile a nascondere la polvere sotto il tappeto.
Va detto che il Comune di Taormina in questa stagione, tra l’altro, fa una certa impressione e sembra un porto di mare, perché si assiste ad un cambiamento frenetico di dipendenti che si spostano ogni 6 mesi da un ufficio all’altro. Si è passati – come detto – dall’errore totale di lasciare le stesse persone per 30 anni nello stesso posto ad una esasperazione della rotazione, che non dà tempo all’impiegato di capire nemmeno dove si trova, che sta facendo e che informazioni dovrebbe dare al cittadino. E il rapporto tra l’amministratore ed il dipendente è passato anche qui da un eccesso all’altro, da una stretta confidenza a un’interazione umana inesistente, se non per affermare un principio passivo di subalternità e devozione al “così è, se vi pare”.
Insomma il Comune di Taormina, al di là del capitolo sul dissesto, oggi che non c’è più Giovanni Coco, è davvero migliore di prima e che funziona bene? Farsi la domanda e darsi una risposta. Noi un’idea ce la siamo fatti, con estrema chiarezza. La storia ha insegnato molto poco. Anzi niente. E probabilmente va riscritta. Nel modo giusto e senza la retorica di interpretazioni farlocche o di comodo.
Lassù da qualche parte probabilmente Giovanni Coco starà sorridendo amaro, sotto i suoi baffi, mentre legge queste righe ma soprattutto nell’assistere all’attuale messa in scena di Taormina. Chissà, magari alla sua maniera dirà: “Minkia comu s’aridduciu Taormina” (non servono traduzioni). Accanto a lui una padella e una brace. Serenissimo ossimoro del nervo scoperto irrisolto di una città bella e ipocrita come forse nessun altra.


