TAORMINA – La bufera che sta investendo la politica siciliana, con le indagini in corso della magistratura, pone in modo significativo l’accento sulla necessità di fare chiarezza sul “modus operandi” del variegato mondo dei cosiddetti “lobbisti”.
Solitamente il “lobbista” è una figura che rappresenta gli interessi di un’organizzazione o di un gruppo di persone presso le Istituzioni, cercando di influenzare le decisioni politiche e sino anche a quelle legislative nei più alti contesti. Il suo lavoro consiste nel “comunicare” e “negoziare” con i decisori politici, presentando argomentazioni e dati a sostegno delle istanze del suo cliente o dell’organizzazione che rappresenta.
In Italia il lobbismo è sprofondato nel pantano di una giungla dove ognuno si avvicina a modo proprio alla politica per cercare di poterne avere delle utilità, spesso in termini molto discutibili. Non fa eccezione Taormina, località sempre più appetibile soprattutto per chi arriva da fuori.
E qui risulta che a Taormina, qualche noto lobbista siciliano l’abbia sparata grossa, provando ad avviare un’interlocuzione con gli amministratori locali per un “contributo per dipendenti dalla tassa di soggiorno”, immaginando cioè la possibilità di ottenere uno stanziamento per la propria azienda, operante nel territorio di Taormina. Il motivo di tale richiesta? Per “tenere aperto dal 1 novembre al 31 marzo”.
Una richiesta paradossale nell’ottica di un eventuale e ancora più surreale patto di valorizzazione del territorio. Infatti, se fosse arrivata una risposta affermativa, il privato, a quanto pare, si sarebbe poi adoperato a fare qualche attività di promozione degli eventi della Città di Taormina. Ovviamente compensando l’eventuale intesa attraverso una promozione senza alcun costo a carico per l’ente pubblico.
Alla fine non c’è stato nessuno stanziamento da parte della casa municipale e, a quanto risulta, tutto si è arenato all’esito di una interlocuzione verbale in cui è stato rappresentato al lobbista che la sua proposta non poteva essere accolta. E’ chiaro che quelle risorse non potrebbero mai essere poste a disposizione dei privati a copertura dei loro costi “per dipendenti”. E, d’altronde, se per assurdo i fondi dell’imposta di soggiorno venissero riservati a tutti quelli che a vario titolo potrebbero ambire ad una sovvenzione per non chiudere d’inverno, ci sarebbe una fila di pretendenti lunga un chilometro.
Si pone, a questo punto, l’esigenza sempre più impellente di fare una seria riflessione e stabilire, una volta per tutte, sino a che punto si possano e si debbano spingere coloro che operano nel discusso perimetro del lobbismo. Probabilmente ha ragione chi afferma che, prima ancora di fare valutazioni sulle varie “lobby” o sui singoli lobbisti, bisognerebbe disciplinare intanto a monte tutto il lobbying e incardinare i ragionamenti nella direzione di una regolamentazione stringente dei processi decisionali.
In questa deregulation globale anche i lobbisti stanno diventando il “sotto-prodotto” multitasking di una società in cui magari da una parte c’è chi prova a fare lobbismo tenendo un certo profilo e avendo la consapevolezza dei limiti da non oltrepassare, e da un’altra parte c’è chi si convince che si possa fare lobbismo a briglie sciolte, con l’idea di trarne vantaggi su più fronti e sino ad esondare in una dimensione a metà tra lo sfacciato ed il grottesco. Lobbisti, in ogni caso, dovrebbe far rima con professionisti, non pacchisti.


