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Vannacci dice no a Santanchè e svuota la Lega: Meloni dovrà trattare con il Generale

Il panorama della destra italiana sta vivendo una scossa tellurica che rischia di ridisegnare profondamente i rapporti di forza all’interno della coalizione di governo. Al centro di questo smottamento non ci sono i partiti tradizionali, ma la figura di Roberto Vannacci, che da “fenomeno editoriale” si è trasformato in un magnete politico capace di aggregare sigle e umori profondamente radicati nel territorio.

Proprio in queste ore è emerso il clamoroso rumors di un ingresso in Futuro Nazionale di Daniela Santanchè, dopo le dimissioni da Ministro del Turismo e lo strappo con Giorgia Meloni. Ma Vannacci smentisce: “Non sanno più cosa inventarsi. Dopo Sumahoro, ora spunta anche Santanchè. Ma ancora credete alla stampa di “ha vinto Kamala Harris”; quella de “Putin è malato”; quella di “i russi hanno finito le munizioni e combattono con i badili”; quella di “Il partito di Vannacci al 3%”. Mai avuto interlocuzioni con Santanché. Evidentemente hanno paura di noi.

Intanto Vannacci incassa altre convergenze, come l’adesione del movimento di Gianni Alemanno a Futuro Nazionale. E’ un altro segnale di una saldatura strategica: la destra sociale, identitaria e dichiaratamente sovranista ha trovato il suo nuovo punto di riferimento, decidendo di scommettere sul Generale come un leader che parla un linguaggio diretto, privo delle mediazioni tattiche tipiche della politica parlamentare.

A spingere Vannacci verso una centralità inedita è soprattutto la crisi che sta attraversando la Lega. Il Carroccio, uscito pesantemente ridimensionato e frammentato dopo l’esito del referendum sulla giustizia, in cui molti leghisti hanno votato No, sembra aver smarrito quella capacità di dettare l’agenda che l’aveva reso protagonista negli anni passati. Mentre Matteo Salvini si trova a gestire una base delusa e fronde interne sempre più rumorose, il Generale approfitta del vuoto di leadership per raccogliere i cocci di un mondo leghista e di destra radicale che si sente orfano di battaglie identitarie forti. La sua ascesa nei sondaggi, che lo accreditano già adesso di una base del 3% (la Lega, intanto, è crollata al 6,3%), è la plastica dimostrazione che esiste un elettorato “di movimento” che non si accontenta più della gestione dell’esistente, ma cerca una rottura narrativa rispetto al mainstream.

Per Giorgia Meloni, questa evoluzione rappresenta un problema tattico di non poco conto. Se finora la Premier ha potuto guardare con un certo distacco alle vicende di Vannacci, considerandole una questione interna all’alleato leghista e che poi è culminata nell’addio del Generale al Carroccio, oggi lo scenario è mutato. Con l’erosione costante di consensi nei confronti della Lega, Vannacci si pone come un interlocutore autonomo e ingombrante. La Premier si trova davanti a un bivio: continuare a ignorare il Generale, rischiando però di lasciare scoperta l’ala più radicale e “antisistema” della sua coalizione, oppure aprire un canale di comunicazione diretto, legittimandolo di fatto come il terzo polo della destra italiana. In un’elezione che si preannuncia incerta, i voti di Vannacci potrebbero risultare decisivi e sarebbe troppo alto per la leader di Fratelli d’Italia il rischio di lasciare per strada quel 3%.

L’interlocuzione con Vannacci diventa per Meloni una necessità per mettere in sicurezza la tenuta del governo e della coalizione stessa e per blindare le future ambizioni del centrodestra rispetto al tentativo di sorpasso del campo largo. Il Generale non è più un battitore libero, ma il portavoce di un malcontento che, se non canalizzato, potrebbe trasformarsi in una spina nel fianco permanente, soprattutto sui temi della sovranità, dell’immigrazione e dei rapporti con l’Europa.

In questo scacchiere, la crisi della Lega funge da acceleratore: più Salvini perde terreno, più Vannacci diventa l’unico interlocutore possibile per quella fetta di Paese che chiede una destra ancora più muscolare. Il confronto tra la realpolitik di Palazzo Chigi e il radicalismo di Vannacci è ormai alle porte, e l’esito di questo dialogo segnerà il futuro prossimo dell’intera area conservatrice.

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