I primi dati sul voto per il Referendum fanno registrare un dato significativo che “condanna” il Sì e fa crollare i piani di Giorgia Meloni.
Dall’analisi di quella che è stata la posizione degli schieramenti, più esattamente all’interno di ogni singolo partito, emerge un quadro molto netto e per tanti versi sorprendente del comportamento elettorale in occasione del referendum costituzionale. Si riscontra una polarizzazione sul No a sinistra, e una spaccatura a destra.
Se infatti l’area di centrosinistra appare sostanzialmente compatta nel respingere la riforma, il centrodestra evidenzia crepe interne tutt’altro che marginali.
I dati parlano chiaro: tra gli elettori del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle il “No” domina in maniera schiacciante, rispettivamente con il 90,4% e l’87%. Ancora più marcata è la posizione dell’Alleanza Verdi Sinistra, dove il rifiuto della riforma arriva al 93,1%. Si tratta di percentuali che indicano un elettorato sostanzialmente allineato con le indicazioni dei rispettivi partiti, senza significative defezioni. In altre parole, la sinistra si presenta compatta, coerente e difficilmente penetrabile da dinamiche interne divergenti.
Molto diverso è invece il dato nel campo del centrodestra. È vero che Fratelli d’Italia, il partito della presidente del Consiglio, registra un consenso larghissimo per il “Sì”, pari all’88,8%, confermando una forte fedeltà del proprio elettorato. Tuttavia, già guardando agli alleati emergono segnali di frattura. Tra gli elettori di Forza Italia, il 17,9% ha votato “No”, una quota tutt’altro che irrilevante e che ha avuto il suo peso; altrettanto significativa, in termini assoluti, è la situazione della Lega, dove il 14,1% si è schierato contro la riforma.

Questi numeri raccontano di una parte consistente dell’elettorato moderato e leghista che non ha seguito fino in fondo la linea del governo. Pur restando minoritaria, questa componente rappresenta una crepa politica significativa: quasi un elettore su cinque di Forza Italia e più di uno su dieci della Lega hanno scelto di non sostenere il “Sì”. In un referendum, dove ogni voto pesa direttamente sull’esito finale, questo tipo di “dissenso interno” assume un valore politico rilevante.
Si può quindi parlare, in termini politici, di una sorta di “tradimento” nei confronti della leadership di Giorgia Meloni. Non un tradimento organizzato o dichiarato, evidentemente, ma un segnale da decodificare di distanza tra una parte dell’elettorato e la linea ufficiale della coalizione. È come se, mentre Fratelli d’Italia rimane compatto, gli altri pilastri del centrodestra mostrassero una maggiore permeabilità a dubbi, perplessità o posizioni alternative.
Infine, il dato sugli “altri partiti” (37% di “Sì” e 63% di “No”) e sui non votanti alle europee 2024 (42,3% contro 57,7%) conferma un clima generale in cui il “No” trova terreno fertile anche al di fuori delle appartenenze politiche più strutturate.
Nel complesso, dunque, il referendum non solo divide nettamente destra e sinistra, ma mette anche in luce una differenza fondamentale: la sinistra vota compatta, mentre il centrodestra, pur maggioritario nel sostegno al “Sì”, mostra divisioni interne che indeboliscono la coesione della coalizione e aprono interrogativi sulla sua tenuta politica futura.


