L’addio di Pina Picierno al Partito Democratico segna un nuovo scossone nell’area riformista italiana. La vicepresidente del Parlamento Europeo ha formalizzato nei giorni scorsi la sua uscita denunciando lo snaturamento del Nazareno sotto la guida di Elly Schlein, definendo il partito una realtà ormai lontana dallo spirito del Lingotto e non più inclusiva per le anime moderate. Questa separazione, maturata dopo mesi di crescenti tensioni e dissensi su temi chiave come la politica estera e la giustizia, segue altri abbandoni eccellenti e certifica la transizione del PD verso una linea politica nettamente più sbilanciata a sinistra.
Abbandonato il progetto democratico, la parlamentare ha scelto di ricollocarsi immediatamente al centro dello scacchiere politico per dare una nuova casa a quella componente liberale e riformista rimasta orfana di rappresentanza. A livello istituzionale a Bruxelles, questo passo si è tradotto nell’adesione formale al Partito Democratico Europeo guidato da Sandro Gozi, con il conseguente ingresso all’interno della famiglia centrista di Renew Europe. Questa mossa strategica, al netto del corteggiamento di Carlo Calenda che la voleva organicamente in Azione, le permette di mantenere una forte centralità in Europa, ponendo al contempo le basi per una riorganizzazione strutturale delle forze moderate.
In ambito nazionale, lo spostamento apre una fase di forti manovre e corteggiamenti da parte delle principali sigle del centro italiano. Formazioni – già detto – come Azione di Calenda guardano con forte interesse a questo strappo, nel tentativo di fare asse e aggregare una fazione riformista alternativa ai blocchi della destra e del polo progressista. Il riposizionamento della deputata promette di ridisegnare i confini e le alleanze delle forze di centro, pronte a raccogliere l’eredità di una storica classe dirigente in uscita dal centrosinistra.
Nel frattempo Picierno ha spiegato così al quotidiano Il Foglio la sua scelta: “È una scelta sofferta, maturata dopo molti dubbi, dopo anni di impegno, di battaglie politiche e istituzionali, di appartenenza profonda a una comunità che per me è stata davvero casa. Ma è anche una scelta politica chiara: il PD che avevamo immaginato e fondato per unire le migliori tradizioni democratiche, socialiste, liberali e riformiste del Paese, ha progressivamente smarrito la sua vocazione originaria. Ha perso la tensione verso il governo della complessità e troppo spesso, invece di interrogarsi su come governare il mondo che stava emergendo, ha finito per interrogarsi su come rappresentarne soltanto una parte”.
“In una stagione segnata dalla guerra in Europa, dalla sfida delle autocrazie, dall’intelligenza artificiale, dalla transizione energetica e dalla necessità di costruire una vera sovranità europea, il riformismo deve tornare a indicare una direzione, costruire consenso, assumersi responsabilità. Il PD che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più. Ma le ragioni per cui è nato esistono ancora. Per questo credo sia necessario ricomporre una diaspora politica e civile. Serve una casa larga, plurale, popolare e riformista per chi crede nella democrazia liberale, nell’Europa, nella libertà, nella responsabilità e nella capacità della politica di governare il cambiamento”.


