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Padovano: “Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa. In tanti mi hanno voltato le spalle”

Michele Padovano con il direttore di TN24, Emanuele Cammaroto

Michele Padovano ha rilasciato una toccante intervista alla Gazzetta dello Sport. Il 59enne ex attaccante di Napoli e Juventus ha raccontato l’incubo vissuto con l’arresto, il carcere e poi 17 anni di durissima lotta per arrivare alla definitiva assoluzione. Una caduta choc e poi la rinascita, la vita di un uomo che, dopo il successo, all’improvviso è finito all’inferno e ora è tornato a rivedere la luce e, dopo tanta sofferenza, si è ripreso la sua felicità ma soprattutto la normalità delle cose.

“Ho lottato diciassette anni contro un’accusa ingiusta. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa”. La tenacia l’ha aiutato a non mollare. “È la qualità che più di tutte mi riconosco. Anche in campo ero così”, ha raccontato Padovano a Lorenzo Cascini nella sua intervista alla Gazzetta dello Sport.

Padovano, bomber protagonista della Juventus di Marcello Lippi che vinse la Champions League nel 1996, venne arrestato nel maggio 2006, accusato di essere il finanziatore di un traffico internazionale di sostanze stupefacenti, finendo addirittura in isolamento. Nel gennaio 2023 è stato poi, finalmente, assolto.

“E’ stato un inferno. Assolutamente. Soprattutto perché ho sempre saputo di essere innocente e completamente estraneo ai fatti. Ho lottato diciassette anni contro un’ingiustizia. Il carcere mi ha tolto la vita e ora me la sono ripresa. L’assoluzione per me vale la vittoria della Champions”.

“Ce ne sono stati tanti di momenti difficili. Probabilmente l’isolamento. Stare per molti giorni senza vedere nessuno ti fa sentire perso. È una sensazione difficile da descrivere a parole. Ti sembra che il tempo non passi mai. In più, in quel periodo era sotto indagine anche mia moglie — poi archiviata dopo 7 mesi — e non potevamo nemmeno chiamarci. Infine, il trattamento delle guardie nei miei confronti: è stato davvero pesante. Una guardia carceraria mi disse “i tuoi soldi adesso te li ficchi nel culo”. Cose di un altro mondo. I Carabinieri che mi davano del “tu”, trattandomi come una pezza da piedi. Hanno cercato di calpestare la mia dignità sin dal primo momento”.

“Tutto nasce dal fatto che ho prestato dei soldi a un amico. Lo conoscevo da una vita. Economicamente stavo bene e non era un problema per me aiutare qualcuno in difficoltà, anzi. Ma non sapevo cosa avrebbe fatto con quei 35mila euro. Non ero al corrente di nulla. Gli dissi solamente “so che sei un combina guai, do i soldi a tua moglie”. Ma in modo bonario. Invece le nostre telefonate, innocenti, sono state scambiate per messaggi in codice con parole criptate. Parlavamo di “cavallo”, “gru” e “terreno” e per gli investigatori sarebbero stati nomi in codice relativi a partite di cocaina. Per fortuna ha vinto la verità. Certo, tutto quello che ho perso nessuno me lo ridarà indietro”.

“Dopo le due batoste nei primi gradi di giudizio ho avuto paura di non riuscire a dimostrare la mia innocenza. Ma ho lottato come un leone e non ho mai mollato. La tenacia è la qualità che più di tutte mi riconosco. Anche in campo ero così. In tanti mi hanno voltato le spalle e deluso, questo sì. Tutto quello che ho vissuto mi ha aiutato a fare un repulisti. Ho capito chi sono gli amici veri e chi c’era invece solo per opportunità. Quando sono stato arrestato avevo smesso di giocare e facevo il direttore generale ad Alessandria. Il carcere mi ha chiuso le porte del mondo e anche del calcio. In un attimo sembra che nessuno si ricordi più di te”.

Padovano era e rimane molto legato a un compagno degli anni alla Juve, un grande campione che non c’è più: Gianluca Vialli. “Luca era mio fratello. So che chiamava mia moglie Adriana tutte le settimane per sapere come stessi. Siamo sempre stati molto uniti. Quando giocavamo nella Juventus eravamo sempre insieme, così come a Londra. Abitavamo a 300 metri di distanza. Un’estate abbiamo affittato una barca e siamo partiti, solo io e lui. Ricordo che faceva l’allenatore/giocatore al Chelsea ed era sempre al telefono e… quanto glielo facevo pesare. Mi fa male pensare che non abbia fatto in tempo a godersi la mia assoluzione, proprio lui che me l’ha sempre detto e mi ha sempre sostenuto. Ma sono sicuro che ha esultato in cielo”.

E non ha dimenticato nemmeno Denis Bergamini. “Assolutamente. Denis è nel mio cuore, pensi che ho chiamato mio figlio così in suo onore. Chi lo conosceva sa che Bergamini era un ragazzo speciale, per me a Cosenza è stato un secondo padre. Non ho mai creduto nemmeno per un attimo all’ipotesi del suicidio. È il mio angelo custode. In carriera gli ho dedicato tutti i miei gol”.

L’incubo della vicenda giudiziaria ma anche i ricordi dei momenti più belli della carriera da calciatore e l’emozione di un goal in particolare, a conclusione di questa intervista di Padovano alla Gazzetta dello Sport: “Quello segnato con la Juve al Real nella Champions League del 1996. Faccio gol io, vinciamo e passiamo il turno. Così come il rigore tirato in finale con l’Ajax. Poi la Coppa, la festa, quanti ricordi. Eravamo un gruppo fantastico, fatto di uomini veri. E a guidarci avevamo Marcello Lippi e Gianni Agnelli. L’Avvocato mi stimava molto: dopo un gol in Champions al Dortmund scese in spogliatoio e mi disse ‘Con me in porta mica lo facevi’. Ancora oggi abbiamo una chat tra compagni in cui parliamo e quando ci rivediamo è come se non fosse passato un giorno”.

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