Gli italiani non concedono mai lunghe lune di miele e la tradizione non si smentisce. Stavolta tocca comprenderlo a Giorgia Meloni, che incassa la sua prima vera sconfitta dopo l’ascesa a Palazzo Chigi del 2022. A quattro anni di distanza da quel trionfo e ad uno solo adesso dalle Politiche del 2027, ora la leader di Fratelli d’Italia sembra trovarsi davanti a quel bivio che ha già segnato il destino di molti suoi predecessori.
L’orizzonte del 2027 rischia di trasformarsi in un giudizio universale sul governo di centrodestra e di riflesso, anche e soprattutto, sulla sua parabola politica. La dura sconfitta del Referendum sulla riforma della giustizia è più di un semplice campanello d’allarme perché è chiaro che si è trattato di un voto politico e ha ribadito la tendenza acclarata degli italiani a cambiare idea in fretta e a voler avvicendare i suoi attori politici, di una parte e dell’altra, nella speranza (poi puntualmente tradita) che qualcosa possa migliorare.
Puntare tutto sulla personalizzazione della riforma è stato un azzardo che adesso profuma di déjà-vu: la storia recente insegna che quando il voto si sposta dai contenuti della Carta alla simpatia per chi occupa Palazzo Chigi, l’elettorato tende a trasformare l’urna in una clava punitiva. L’esito del Referendum lo ha dimostrato, ancora una volta.
Meloni deve riflettere sulla necessità di non restare isolata in una torre d’avorio ideologica, mentre le urgenze del quotidiano — dal potere d’acquisto alla sanità — iniziano a erodere quel consenso che finora era parso granitico. Una sconfitta referendaria di queste proporzioni può diventare non soltanto una battuta d’arresto legislativa, ma il detonatore della sua Caporetto politica, capace di innescare una reazione a catena tra alleati inquieti e opposizioni ringalluzzite e galvanizzate dal trionfo del No. Se poi ci aggiungiamo che il 17% degli elettori di Forza Italia e il 14% di quelli della Lega, hanno votato No, quindi contro una riforma voluta dal centrodestra. Ma soprattutto se si va a guardare che al Sud il 65% dei votanti ha scelto il No e praticamente quelli del Sì nemmeno sono andati a votare (Sicilia in primis). Allora qualcosa vuol dire e Meloni farebbe bene a decodificare un messaggio politico che ha le sembianze di una slavina.
Per evitare che il 2027 diventi l’anno del tramonto, la premier dovrà dimostrare di sapere cambiare qualcosa e forse anche qualcuno, preferendo la mediazione al muro contro muro. Dovrà avere il coraggio di fare un pò di “piazza pulita” all’interno di Fratelli d’Italia, come dimostrano tante situazioni che fanno perdere consenso alla Premier: vedi il recente caso Delmastro, e tante altre prima ancora.
E forse la Presidente del Consiglio deve pure augurarsi che, nel perimetro dei compagni di viaggio, la Lega acceleri la transizione al vertice, da Matteo Salvini a Luca Zaia, anche se questo non dipende direttamente da Meloni. Stesso discorso vale per Forza Italia, con la leadership di Antonio Tajani, che traballa, appare stagnante e sembra aver fatto il suo tempo, e la prospettiva che porta all’avvento di Roberto Occhiuto alla guida degli azzurri.
La vera sfida di Meloni sarà quella di governare i processi senza arroccarsi sulle sue convinzioni e presunzioni e senza farsi schiacciare dal peso del proprio stesso racconto, perché il rischio di passare da “underdog” a vittima del sistema è più concreto e vicino di quanto il Referendum lasci presagire.


