L’informazione, quella vera, in Italia è ormai merce rara. Un altro passo verso l’estinzione del Giornalismo con la G maiuscola si concretizza con l’annuncio dello stop a “Lo Stato delle cose”, programma condotto su Rai3 da Massimo Giletti.
La Rai ha deciso di chiudere questa trasmissione, che proseguirà sino alla fine di marzo, quando è prevista l’ultima puntata e poi uscirà dal palinsesto. La motivazione ufficiale sarebbe legata a ragioni di budget. Tutto legittimo. Ma è chiaro che il pensiero diffuso va nella direzione di altre possibili o probabili valutazioni che forse sono state fatte ai piani alti della Tv di Stato. All’amico e collega Giletti, che conosciamo bene e la cui coraggiosa professionalità si era scontrata con questo stesso trattamento nella sua precedente esperienza a La7, ai tempi de “L’Arena”, va la nostra piena solidarietà.
Questa strana chiusura arriva nonostante gli ascolti di “Stato delle cose” fossero superiori al 7%, la notizia ha colto di sorpresa il conduttore e i telespettatori e non convince la spiegazione data dalla Rai, su una chiusura che verrebbe ritenuta coerente con un piano editoriale presentato nel settembre 2025 e con la necessità di rinnovare l’offerta a causa di un taglio delle risorse destinate al dipartimento approfondimenti. Chissà perché si va a risparmiare proprio sulla buona informazione, come quella che fa Giletti.
Massimo Giletti ha commentato questa singolare decisione con una frase sintetica e che a suo modo dice molto: “Viva il merito”. “Lo Stato delle cose” è una trasmissione seguita e che ha avuto la capacità di finire spesso al centro del confronto pubblico, con le inchieste e i temi affrontati. Ora la chiusura segna l’incombente fine di un’esperienza che, tra consensi e critiche, ha avuto un impatto nel panorama televisivo degli ultimi mesi, a differenza di tanti altri programmi impalpabili.
Giletti e “Lo Stato delle cose”, insomma – non giriamoci attorno -, forse hanno dato fastidio a qualcuno. E in Italia, quando qualcuno ha la forza di andare a rompere i co*lioni, scatta inesorabile la “tagliola”. Una bella scusa va a colorare il sipario e buonanotte ai suonatori.
La sensazione è che nel giornalismo italico si ferma un altro pezzo di informazione fuori dal coro e rimane in piedi un “carrozzone” fatto di tante realtà che tra tv, giornali e l’online, vengono viste e seguite più per passatempo e per rituale meccanico che per un convinto interesse o apprezzamento popolare. La quantità annacqua la qualità in un circo che alimenta la bulimia massmediatica e social di questi tempi, ma quelli che poi sanno fare una vera informazione e riescono a crearsi un rapporto forte con il pubblico, a dare del tu alla gente, sono pochi. Pochissimi. E quelli che a suo tempo, operando ognuno nei propri contesti, abbiamo fatto una palestra professionale e di vita dura ma di profondo spessore, con la capacità di parlare alla gente, siamo ormai ancora meno.
Ecco la chiusura di uno spazio percepito come libero e approfondito, come quello di Giletti, sarà una buona notizia per quelli che forse se la fanno addosso delle inchieste e non sopportano i bravi divulgatori. Ma tutto rischia di ridursi ad un godimento effimero perché nel 2026 il potere non può davvero spegnere la voce dei giganti. Non si possono fermare quelli che non si limitano a dare notizie ma sanno fare informazione. E Giletti è uno di questi.
La gente non è scema, magari non ci arriva subito e deve maturare le dinamiche ma poi si fa un’idea, conosce chi vale e fiuta il perché accadono le cose. L’idea di anestetizzare uno spazio di informazione non “addomesticata” è un’illusione dove tutto può ribaltarsi. La normalizzazione dell’informazione in una dimensione piatta, dove tutto scorre ma poco resta davvero, è una scelta che non paga e che alla lunga allontana il pubblico. E lo spettatore tende ad incazzarsi perché si sente meno rappresentato.
Non si tratta solo di difendere Giletti o una singola trasmissione, ma di interrogarsi sul modello di informazione che si vuole per il futuro. Il sistema non funziona. Se qualcuno immagina che il domani possa appartenere alla mediocrità istituzionale di “cassamortari”, leccaculisti e “pagnottari”, o alla presenza scialba del proscenio da consegnare ai mediocri di turno, non ha capito niente. Mai mettere sullo stesso piano le comparse della notizia e i protagonisti del popolo. Mai confondere i nani del silenzio con i giganti del consenso. Il potere, quello vero, è della gente.


