L’esito del referendum sulla giustizia ha segnato un punto di non ritorno per il governo, trasformandosi in quella “batosta” che ha costretto Giorgia Meloni a una brusca inversione di marcia per evitare il logoramento definitivo dei consensi. Per la leader di Fratelli d’Italia è suonata la sveglia.
La premier ha compreso che l’elettorato ha percepito un eccesso di personalismo e una distanza eccessiva dai problemi reali, spingendola a varare un radicale “repulisti” interno volto a restituire un’immagine di rigore e legalità alla destra. Questo processo politico di “pulizia” ha portato alle dimissioni di figure chiave come Andrea Delmastro e Bartolozzi, oltre all’allontanamento definitivo di Daniela Santanchè, simboli di una stagione gestionale finita sotto il fuoco incrociato delle critiche post-voto. Meloni sta cercando di isolare le figure più discusse per blindare Fratelli d’Italia e il governo da ulteriori scandali, puntando su una classe dirigente che appaia più istituzionale e meno divisiva. Ma che soprattutto gli possa consentire di riguadagnare il favore del consenso agli occhi degli italiani.
Parallelamente, il cambiamento più vistoso riguarda la politica estera. Se finora l’asse con l’America di Donald Trump era apparso un pilastro intoccabile, la sconfitta referendaria ha accelerato un distanziamento strategico. Meloni ha iniziato a smarcarsi dalla trazione trumpiana, adottando posizioni più caute e indipendenti, come dimostrato dalle sue dichiarazioni di equilibrio sulla crisi in Iran, dove ha evitato di appiattirsi sulle scelte unilaterali di Washington. Questo riposizionamento serve a rassicurare i partner europei e a mitigare l’accusa di aver “legato le mani” dell’Italia agli interessi della dottrina MAGA, un legame che molti analisti indicano come una delle cause della perdita di appeal verso il centro moderato. Il tentativo è quello di riaccreditarsi come leader di una nazione fondatrice dell’UE, solida e autonoma, capace di dialogare con la Commissione Europea senza apparire come la sponda mediterranea del sovranismo americano.
Queste manovre, che includono anche un ritorno al confronto parlamentare diretto dopo mesi di comunicazioni via social, rappresentano l’ultima chiamata per rilanciare un’agenda di governo che rischiava di restare paralizzata dalle macerie del referendum. La strategia di Meloni è chiara: risalire la china andando a sacrificare i fedelissimi più scomodi e raffreddare i bollenti spiriti atlantisti per tentare di ricucirsi addosso quella “aura” di invincibilità che il voto popolare ha bruscamente incrinato. Resta da vedere se questo nuovo corso, più sobrio e meno ideologico, basterà a ricucire il rapporto con un Sud che le ha voltato le spalle e con un elettorato che chiede, ora più che mai, risposte concrete oltre le promosse o misure non ritenute sufficienti per affrontare il carovita.


