L’8 marzo è da sempre un paradosso colorato di giallo. Se fosse l’8 marzo per 365 giorni all’anno probabilmente ci sarebbe un mondo con un po’ di violenza in meno e molta più attenzione per i diritti delle donne. La realtà racconta altro, al di là delle belle parole, degli slogan e delle frasi fatte.
Tra il profumo delle mimose e il rito dei messaggi standardizzati, si avverte un’urgenza diversa, un’insofferenza che non può più essere soffocata dalla retorica. I veri auguri non dovrebbero viaggiare sulle sole ali di un mazzo di fiori, ma dovrebbero camminare sulle gambe del regalo più importante da consegnare a tutte le donne. La sicurezza di una vita senza l’incubo della “bestia” di turno. L’orizzonte di cui si parla sempre e che mai si concretizza: una legge degna di essere chiamata tale, contro la violenza di genere e i femminicidi. Una norma che non si limiti a reagire a tragedia avvenuta, ma che agisca con la forza della prevenzione e la fermezza di una giustizia che, invece, troppo spesso fa una “carezza” ai carnefici e, con un inutile divieto, un braccialetto o una pena irrisoria, li rimanda in giro a tornare ad aggredire, picchiare e uccidere la malcapitata vittima di turno.
E allora ogni anno, l’8 marzo, assistiamo al medesimo copione: Istituzioni che promettono un cambiamento, politici che fanno le solite dichiarazioni con una lunga sequenza di sterili dichiarazioni d’intenti, social che celebrano la ricorrenza, bacheche e vetrine che si tingono di rosa. Poi, spenti i riflettori, il contatore dei femminicidi ricomincia a correre. Inesorabile, come il giorno prima e quello dopo. Se l’omaggio alle donne deve ridursi a una celebrazione di ventiquattr’ore mentre fuori i violenti continuano a beneficiare di misure blande o, peggio, dell’impunità, allora forse sarebbe meglio il silenzio. Senza ipocrisia.
Il rispetto per il genere femminile non si misura con la galanteria di un giorno, ma con la certezza di una tutela dei diritti che valga sempre e per tutte. A partire da misure dure verso quegli uomini che fanno della violenza una disinvolta costanza nel rapporto con le donne. È qui che il concetto di “augurio” deve trasformarsi in “impegno civile”. Ma nei fatti, non a chiacchiere.
Il “regalo” che potrebbe dare un senso all’8 marzo è una legge che non ammetta sconti. Una legge coraggiosa, non i palliativi che si sono visti sino a questo momento, non l’approccio a gocce e a sprazzi, con un pezzettino alla volta di severità in più una tantum e un problema che non si risolve mai.
La svolta che l’Italia dovrebbe trovare il coraggio di “confezionare” è un sistema giudiziario che smetta di essere un labirinto di sconti e attenuanti. Serve una normativa che non lasci spazio a interpretazioni benevole quando si parla di “bestie” nemmeno degne di essere chiamate uomini.
Il sentire comune, oggi, chiede a gran voce che la porta del carcere si chiuda senza appello per chi commette un femminicidio. “Buttare la chiave” non è un banale grido d’odio, ma un’istanza di civiltà: significa riconoscere che chi distrugge l’esistenza di una donna e devasta intere famiglie ha perso il diritto di circolare liberamente tra chi, quella vita, prova a costruirla ogni giorno. Un violento fuori, a piede libero dopo un efferato reato, è uno schiaffo ai diritti delle donne, un fallimento dello Stato. Ma soprattutto un insulto alla dignità di ogni vittima.
La sicurezza non può essere un lusso né una speranza: deve essere un dato di fatto. Meno mimose, dunque, e più grate. Meno frasi fatte e più misure e/o sentenze esemplari. Perché l’unica “festa” possibile può essere quella in cui nessuna donna debba più guardarsi alle spalle, sapendo che chi le ha fatto del male è dove deve stare: lontano, al buio. Senza più possibilità di tornare a colpire.


