L’ennesimo Mondiale saltato, il terzo consecutivo dopo la bruciante e inaccettabile sconfitta ai rigori contro la Bosnia, non può più essere archiviato come un semplice episodio sfortunato, una serata storta o un capriccio del destino. Siamo di fronte alla dimostrazione plastica, cruda e definitiva dei limiti strutturali e degli errori enormi di una Federazione Italiana che, sulla stessa lunghezza d’onda della pochezza complessiva dei vari rappresentanti istituzionali del Paese, sembra aver smarrito la bussola, da oltre un decennio. E’ lo specchio fedele di una qualità del calcio nazionale scaduta e sprofondata ai minimi storici.
Tre Mondiali consecutivi non disputati dal 2012 in poi rappresentano un vuoto temporale, tecnico e culturale inaccettabile per la nostra storia calcistica. E’ una voragine che va oltre il fallimento totale di un intero sistema che non ha saputo auto-riformarsi nel momento del bisogno. Queste tre eliminazioni in serie, figlie di una gestione miope, sono il risultato diretto di un movimento che non è più in grado di crescere i propri talenti, perché in Italia si è smesso di puntare con coraggio e lungimiranza sulle giovanili, preferendo troppo spesso l’usato sicuro o la ricerca del risultato immediato a discapito della formazione tecnica e caratteriale dei nostri ragazzi.
Ma il problema non si esaurisce dentro i cancelli dei centri sportivi d’eccellenza o nelle dinamiche di Coverciano; le radici del male sono molto più profonde e riguardano il tessuto stesso della nostra società e dei nostri centri urbani. Nelle nostre città, dai grandi capoluoghi ai piccoli centri di provincia, i bambini non giocano più per strada, in quegli spazi che un tempo erano fucine inesauribili di tecnica individuale, estro e pura “fame” agonistica. I luoghi di aggregazione spontanea, che hanno forgiato generazioni di campioni capaci di vincere tutto, sono progressivamente scomparsi o, peggio ancora, sono stati abbandonati dalle Istituzioni.
Un tempo l’infanzia era fatta di strada, campi, cortili, ginocchia sbucciate e pochissime regole. Oggi i pomeriggi scorrono tra smartphone e social. Più tecnologia e meno istinto, più virtualità (tanta, troppa) e meno consapevolezza di cosa si ha dentro. E se si ha un talento non lo si sviluppa.
Le piazze italiane sono state consegnate al degrado, a balordi e delinquenti che spacciano, rubano, stuprano e accoltellano. Nei vicoli dove si giocava e si correva felici e spensierati, ora non si vede più un ragazzino che gioca a pallone con altri coetanei. Gli spazi aperti sono stati abbandonati e consegnati a chi ne ha fatto delle zone franche per violenze e criminalità.
Il venire meno del cosiddetto “calcio di strada” ha svuotato la base popolare di quella creatività istintiva e del suo estro in purezza, un laboratorio di fantasia che un tempo compensava idealmente le carenze delle scuole calcio più accademiche. In un Paese che vive da sempre di pallone, che respira calcio in ogni angolo e che ha sempre trovato nel prato verde un motivo di riscatto e identità, la crisi attuale travalica ampiamente i confini del campo da gioco. Il business ha sostituito il gioco, il culto avido dei soldi ha preso il sopravvento sul romanzo popolare, il sogno s’è inchinato ed anzi è stato ucciso. Siamo dentro un’era senza bandiere né modelli. Il cambiamento in peggio ha sopraffatto tutto. Ed ecco che poi arrivano i risultati. Una impietosa e naturale conseguenza.
Non siamo più nel perimetro di una semplice eliminazione sportiva o di tre mancate qualificazioni che bruciano sulla pelle dei tifosi; siamo davanti alla certificazione conclamata di un fallimento di una nazione che ha smesso di offrire spazi sicuri e opportunità di crescita sana ai propri figli e, di conseguenza, non sa più produrre eccellenza e non sa far sognare in grande. Non serve la gogna e neanche un diluvio di chiacchiere o di polemiche a cambiare la storia. Se non si riparte dalla messa in sicurezza del territorio e dalla restituzione delle piazze ai giovani, riportandoli lì – in sicurezza e senza l’iPhone – a crescere, allora la prospettiva non potrà essere ribaltata e il calcio italiano rimarrà lo specchio di un declino all’italiana che non sembra conoscere fine. Ora non recriminiamo con il solito psicodramma di chi cerca una giustificazione che non c’è. Cerchiamo di imparare la lezione. Vergogniamoci per comprendere che così non si va da nessuna parte.


