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In Giappone ricostruiscono tutto in 6 giorni, in Sicilia il dopo Ciclone è una guerra politica sui fondi

Il Ciclone Harry ha devastato non più tardi di due settimane fa oltre 100 chilometri di costa della Sicilia Orientale, spazzando via interi tratti di litorale. E’ storia ampiamente nota ormai il disastro lasciato da una mareggiata epocale che ha distrutto stabilimenti balneari, strade, strutture e servizi, con ingenti danni ai privati e alla porta e pubblica. La stagione turistica bussa alla porte e un’emergenza pretenderebbe che le procedure di ricostruzione vadano di pari passo con una celerità eccezionale. Ma dove? In Italia? In Sicilia? In un’altra vita, forse. Non in questa.

Abbiamo visto passeggiate istituzionale, chi da terra e chi in elicottero, sopralluoghi a ripetizione, promesse solenni e post social a fiumi. Ma dopo 15 giorni, ad oggi, l’aiuto (iniziale) da Roma comincia e finisce con uno stanziamento da parte del Governo centrale pari a 100 milioni, da dividere in “condominio” con Calabria e Sardegna. Insomma 33 milioni a testa e buonanotte ai suonatori, in attesa del secondo assegno. Nel frattempo i balneari chiedono, per ovvi motivi, che venga sospesa la Bolkestein ma l’Europa si prepara a prenderci a “pernacchie”, e ci sbaglieremo (speriamo vivamente) ma da Bruxelles recapiteranno un No, perché d’altronde una risposta positiva arriva quando una domanda viene posta in maniera precisa, perentoria e determinata. E qui prevale la timidezza di circostanza sul piglio che servirebbe. Insomma non pare esserci troppa voglia di andare a battere i pugni all’Europarlamento. Per la serie: “io ho chiesto, mi hanno detto detto di no”.

Sempre sul Ciclone Harry, la Regione Siciliana, invece, ha pubblicato il bando per i ristori alle imprese: un’iniziativa che prevede contributi fino a 20 mila euro a chi ha subito danni.

L’Ars ha votato una proposta – presentata dal sindaco di Taormina, Cateno De Luca – che ha chiesto di impiegare i fondi FSC (per intendersi Fondo Sviluppo e Coesione) per l’emergenza in Sicilia, visto che per il Ponte sullo Stretto si andrà alle calende greche. Una somma da prelevare nell’alveo di quei 5,3 mld che apparterrebbero comunque alla Sicilia e rientrano nell’accordo Stato-Regione. Sviluppi sul tema? Boh. Nessuno. Tutto fermo, peggio ancora un ordine del giorno viene declassato ad atto senza valenza politica perché “non vincolante” (Schifani dixit). Non si prende una decisione nel merito ma il metro di giudizio è sempre la contesa politica ad oltranza, tanto più perché la proposta parte da De Luca e si sa che qui c’è una “guerra infinita” tra il parlamentare di Fiumedinisi e capo delle opposizioni ed il presidente della Regione, Renato Schifani, e quindi con alcuni pezzi di centrodestra nazionale (Lega in primis). “I soldi si troveranno altrove”, rassicura il Vicepremier Matteo Salvini e gli fa eco sul fronte meloniano il Ministro Nello Musumeci. Ma da dove verranno prese le risorse? Boh. E quando saranno disponibili? Boh.

Nel frattempo la Sicilia aspetta. E spera. Il tempo scorre e si allunga come una lama sul destino di tanti operatori economici che rischiano di vedere la stagione turistica con il binocolo. In primis quelli che hanno perso i loro stabilimenti balneari.

La gestione dell’emergenza dovrebbe fare rima con l’arte dello sveltire le procedure e snellire i passaggi burocratici. E tuttavia, al netto delle buone intenzioni, si naviga a vista e si va al piccolo trotto. La visione della ricostruzione dovrebbe contemplare una pianificazione strutturale delle risorse da destinare e una visione chiara di cosa fare, perché prima ancora di ricostruire la costa, la su dovrà proteggere per il futuro. Ma prosegue il valzer gattopardesco di una politica siciliana che da una parte promette aiuti e e ristori e dall’altra non accelera per i lavori e non si preoccupa di mettere fretta ai palazzi romani.

Sullo sfondo, per essere ancora più chiari, c’è una partita politica che si traduce quasi (togliamo il quasi) in una resa dei conti cruciale verso i prossimi appuntamenti con le urne. Gestire i vari iter e la disponibilità dei fondi che interesseranno i territori colpiti, diventa uno snodo verso le prossime elezioni Regionali. Lo sanno tutti gli attori in campo ed è iniziata una guerra di posizionamento dove non si guarda in faccia nessuno e tutti sono pronti al braccio di ferro.

Il soccorso ai cittadini e agli operatori economici può attendere. L’emergenza non basta a unire, e’ sufficiente per dividere. La parola d’ordine è “gestire” prima di agire: è il paradosso dei fondi siciliani che restano in agenda, poi andranno “in istruttoria” e alla fine arriveranno a destinazione. Ma con calma, non c’è fretta.

La politica siciliana, e quella italiana più in generale, non imparano nemmeno di fronte ad un dopo Ciclone, che in questi casi le chiacchiere stanno a zero e bisognerebbe misurarsi non con la logica del “faremo domani” ma del “bisogna muoversi ieri”. Come d’altronde hanno fatto i siciliani che si sono rimboccati le maniche e hanno spalato fango e ripulito subito le strade in maniera esemplare, senza affliggersi a braccia conserte. La stessa solerzia non si intravede sulle opere di ricostruzione e di mitigazione del rischio, per evitare che quegli stessi danni possano ripetersi. E non parliamo dell’eclatante vicenda di Niscemi, dove la frana la si osserva e la si racconta ognuno con il proprio punto di vista. Intanto più di mille persone sono state evacuate, le case crollano e la gente piange. E mentre il medico studia la cura, il paziente se ne va.

Eppure basterebbe poco per capire come muoversi e in quanto tempo lo si potrebbe e dovrebbe fare. In Sicilia siamo una terra cosmopolita dove si incontrano mondi e culture, accogliamo turisti provenienti dai luoghi più lontani ma poi non impariamo niente e non prendiamo esempio.

In Giappone, dopo il terremoto del marzo 2011, un tratto dell’autostrada Great Kanto Highway a Naka (Ibaraki), devastata da enormi crepe e voragini, è stata completamente ripristinata in soli 6 giorni

I dettagli del confronto con la situazione siciliana sono impietosi. I lavori in Giappone sono iniziati il 17 marzo e si sono conclusi il 23 marzo. In Sicilia, per un ciclone che si verifica il 21 gennaio, il 5 febbraio si chiacchiera e si filosofeggia.

E, giusto per essere ancora più precisi, in Giappone sbrigarsi e fare tutto immediatamente non è un caso isolato, non l’eccezione ma la regola dentro un modus operandi complessivo. In meno di due settimane da un sisma, la società Nexco li è riuscita a riaprire circa l’80-90% di oltre 800 km di rete autostradale danneggiata.

Altro caso record: anno 2016, sempre in Giappone, a Fukuoka, una voragine gigante di 30 metri in un incrocio cittadino è stata riparata, asfaltata e riaperta al traffico (con tanto di sottoservizi e segnaletica) in una settimana. 

Qui aspettiamo i decreti, poi bisogna fare il progetto ma ci vogliono le risorse per progettare, poi bisogna passare da 10-20-30 enti e tra un parere e l’altro trascorrono ere geologiche e cambiano i Papi.

Mentre in Giappone si ricostruiscono autostrade in sei giorni per far ripartire un Paese, in Sicilia, dopo settimane da una mareggiata, si è ancora fermi a guerreggiare sui posti di comando per gestire le risorse che arriveranno (non si sa quando) e a rimpallarsi le responsabilità sui fondi FSC, Sì Ponte, No Ponte, Bolkestein deroga Sì o No, poi vediamo. E la stagione si avvicina.  

Eppure in Giappone non ci sono i marziani del Sistema Zeta Reticuli ma comuni mortali, gente che ha due braccia e due mani come noi. Sicuramente fanno girare i neuroni con maggiore rapidità e s’approcciano ai problemi con una postura più eclettica e concreta nella gestione della cosa pubblica. E allora è possibile che neppure un Ciclone possa bastare per cambiare passo e per comprendere che con questa lentezza all’italiana non si va da nessuna parte? Farsi la risposta e darsi la risposta. Ma soprattutto darsi una mossa.


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