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Il paradosso fatale di Taormina: la città fa innamorare il mondo ma la politica è troppo scarsa

All’incombere della stagione turistica 2026 Taormina conferma di vivere dentro la dimensione singolare di un paradosso enorme, tanto evidente quanto difficile da ignorare. L’algoritmo potente della bellezza e il vuoto imperturbabile della politica. Da un lato la città è sempre più proiettata su una dimensione internazionale: continua ad attirare brand di lusso, investimenti di grandi gruppi, un turismo d’élite che riconosce qualcosa di speciale nella magia dei luoghi, in una storia millenaria e in una posizione unica un valore senza tempo. L’hotellerie di alto livello, la migliore per distacco del Sud Italia e tra le più competitive del sistema turistico italiano, non si ferma e non si adagia sugli allori. L’industria dell’ospitalità cresce, si rinnova e cerca di alzare continuamente l’asticella della qualità. Taormina, nei fatti, si è consacrata come una delle destinazioni di riferimento del turismo nel Mezzogiorno, un simbolo riconosciuto e desiderato nel mondo.

Dall’altro lato, però, questo successo non viene capito e ci si limita al tentativo di prendersi una parte di merito e imbucarsi in un modo o nell’altro dentro la parabola di un exploit. La crescita non viene accompagnata da una classe politica all’altezza della sfida. Il governo della città non è allo stesso livello di Taormina. Non è capace di interpretare il momento e di sostenere quel sentimento di grande attrattività che suscita Taormina agli occhi del pianeta.

La politica non sa fare la sua parte dentro un processo così delicato e strategico. Chi governa segue uno schema superato, vive nel sonno beato dell’autocelebrazione e non si accorge di un mondo che corre e cambia. Si accontenta della piatta consapevolezza paesana che gli altri sono ancora più inadeguati. Non esiste nemmeno lo stimolo a far meglio che potrebbe venire da un’opposizione, perché a Taormina è modesto, pari livello, l’apporto di tutta la classe politica. Non c’è un contraltare vigile e credibile. Ne emerge un quadro in cui l’autorevolezza latita, la classe dirigente che dovrebbe esaltare Taormina, non la comprende e non sa valorizzarla, anzi rischia di diventarne la zavorra. La politica locale è impalpabile ma naviga felice nel suo perimetro, scollegata dalla realtà dinamica che la circonda. Non viene capita la reale dimensione della fase straordinaria che bacia Taormina, il rumore del treno che sta passando.

Il risultato è una città che corre e va veloce ma sempre con il suo pilota automatico, senza una regia umana. Taormina attrae capitali, attenzione e prestigio, ma rischia di farlo in modo disordinato, senza una visione condivisa e sostenibile del presente e del futuro. Taormina piace al mondo, ma non riesce a governare se stessa con la stessa efficacia con cui incanta chi la guarda da fuori.

È proprio qui che si annida il vero paradosso: una destinazione capace di competere a livello globale, ma affidata a una classe dirigente che appare locale, anzi paesana, nel senso più limitante del termine. Priva di una reale ambizione, senza una visione a 360 gradi e una capacità di gestione simbiotica con il tutto che vive attorno. E se la bellezza può attrarre, è la buona politica che potrebbe e dovrebbe trasformare quell’attrazione in futuro. Rendere il bello ancora più interessante per essere vissuto e per restare negli occhi e nel cuore di chi lo incontra.

Bisognerebbe pensare in grande e avere una visione completa, fatta di piccoli passi. Guardare lontano ma impegnarsi ogni giorno per realizzare i piccoli step, senza perdere il contatto con la realtà della strada. Questo è l’insegnamento che bisogna riscoprire.

La bellezza, la storia, l’hospitality sono cose che stanno impattando in maniera straordinaria nella valorizzazione di un territorio ma da sole non possono bastare all’infinito. Manca la contaminazione operativa di un accompagnamento armonico e condiviso tra gli attori della filiera. Quella economica che corre, quella politica che invece arranca. Non c’è il guizzo di lucidità corale nel comprendere che una comunità diventa davvero grande se rema dalla stessa parte nella sua interezza, non se una parte è scollegata dal progetto e si chiude nella trincea dell’autocelebrazione, con l’esaltazione spasmodica di qualche passo mosso una tantum o peggio il vanto a specchio di risultati che poi nemmeno le appartengono. La politica deve cambiare, ma chi innova è uno che ascolta le idee degli altri, quelle di tutti. Chi fa squadra la costruisce con gli altri e non con se stesso.

Taormina va avanti e lo farà comunque, come lo ha sempre fatto. La storia non regala mai niente a chi non è all’altezza. La politica può scegliere di contribuire a lasciare un segno duraturo oppure accontentarsi di dominare un pezzo dell’oggi e condannarsi però all’oblio del domani. L’unica chance di incidere in positivo è svegliarsi e riflettere, avere il coraggio di scrollarsi di dosso la presunzione del pensiero monodirezionale e aprire la mente a un sussulto di lungimiranza o perlomeno di buon senso. Sapendo che oltre la pochezza paesana di questo modus operandi esiste soltanto l’opportunità di risalire la china e iniziare a fare meglio. Una politica che rimane inchiodata al piano inclinato di una posizione miope e scollegata dalla realtà rimarrà sempre modesta e avulsa al successo di un territorio. Non farà un buon servizio alla città. E non lo renderà mai nemmeno a se stessa.

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