La sconfitta al referendum sulla giustizia di domenica e lunedì scorso ha rappresentato una brusca frenata per Giorgia Meloni. Molto più di un semplice intoppo legislativo. E’ stato il primo vero segnale di scollamento tra l’agenda di Palazzo Chigi e il sentire profondo del Paese, tra la leader di Fratelli d’Italia e la sua coalizione ma soprattutto con gli elettori. Quella che doveva essere la consacrazione di una stagione di riforme si è trasformata in un brusco risveglio che ha incrinato l’immagine di un governo fino a ieri percepito come inattaccabile. Nonostante i tentativi ufficiali di minimizzare, parlando di un voto tecnico influenzato dalla complessità dei quesiti, la realtà politica racconta una storia diversa: la premier sente il fiato sul collo di un’opposizione che, per la prima volta dall’inizio della legislatura, ha trovato una sintesi efficace e un obiettivo comune. Le dimissioni chieste e ottenute da Meloni, dei vari Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè, è stato un segnale, il primo e forse tutt’altro che l’ultimo, di un repulisti interno al governo, che prende quota.
In questo scenario, l’idea di sondare i vertici del partito e gli alleati per un voto anticipato non è solo una reazione istintiva alla sconfitta, ma un calcolo di sopravvivenza politica. Meloni sa che il tempo gioca contro di lei: l’economia globale dà segni di stanchezza, il costo del debito pubblico continua a mordere i margini di manovra della legge di bilancio e le tensioni geopolitiche, dal Medio Oriente all’Ucraina, impongono scelte impopolari che potrebbero erodere ulteriormente il consenso nei prossimi mesi. Andare al voto ora significherebbe sfidare subito gli avversari mentre Fratelli d’Italia è ancora, nei fatti, l’unica forza politica sopra il 30%, tentando di ottenere una maggioranza ancora più netta e “ripulita” dalle frizioni interne con Lega e Forza Italia, dove molti elettori in entrambi i casi hanno votato a sorpresa per il No al referendum.
Tuttavia, questa strategia dell’azzardo deve fare i conti con una realtà interna frammentata. Se da un lato i fedelissimi della premier spingono per il “dentro o fuori”, convinti che il popolo sia ancora dalla loro parte, dall’altro lato gli alleati di governo guardano con terrore all’ipotesi di urne anticipate. Per Matteo Salvini (che ha l’ombra di Luca Zaia alle sue spalle) e Antonio Tajani (la cui segreteria già traballa), un ritorno al voto oggi rischierebbe di tradursi in una riduzione drastica del loro peso specifico in Parlamento, schiacciati dal gigantismo del partito di maggioranza relativa. Questo crea un paradosso: la premier potrebbe trovarsi più ostacolata dai suoi stessi ministri che dalle piazze dell’opposizione. Il dibattito interno si sposta così sulla capacità di tenere unita la coalizione senza cedere ai ricatti dei piccoli partner, mentre l’ombra di un possibile governo tecnico o di larghe intese, seppur remota, inizia a riapparire nei discorsi dei retroscenisti.
Al centro di tutto resta il rapporto con il Colle. Sergio Mattarella, garante della stabilità, difficilmente concederebbe uno scioglimento delle Camere senza che sia stata esplorata ogni altra via, specialmente con scadenze internazionali cruciali all’orizzonte. Meloni lo sa e sta pesando ogni parola: il suo obiettivo è capire se può ancora guidare il Paese con la forza dell’investitura popolare del 2022 o se quella spinta si è esaurita tra le pieghe di un referendum perdente. La partita che si gioca nelle prossime settimane non riguarda solo la durata del governo, ma l’identità stessa della destra italiana: restare forza di governo responsabile o tornare a indossare i panni della forza di lotta per riconquistare un elettorato che, nel segreto dell’urna referendaria, ha inviato un avvertimento chiaro e inequivocabile.


