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Harry, da ciclone epocale a “ondata di maltempo”: un’ingiustizia mediatica che merita scuse

Il Ciclone Harry che ha colpito la Sicilia, ma anche Calabria e Sardegna, a detta degli esperti, è stato ormai valutato in termini inequivocabili come un evento epocale. “La tempesta del secolo”, come anche il climatologo del CNR, Giulio Betti, l’ha definita su TN24. Eppure sui media nazionali abbiamo visto e continuiamo ad ascoltare un’espressione che stride con quella devastazione e con la connotazione storica dell’evento: “Maltempo”.

Continuare a definire “ondata di maltempo” un ciclone di portata eccezionale non è solo un errore di linguaggio: è un problema culturale. Un problema serio. Le parole hanno sempre un peso e quelle che scegliamo raccontano il modo in cui guardiamo la realtà, declinano ciò che accade in un senso o nell’altro. E allora minimizzare eventi di questa gravità significa non volerli davvero vedere. Non averne compreso la portata o più probabilmente dare un quadro distorto della situazione alla gente che è a casa. Peccato che poi nel 2026 quella stessa gente non sia scema: si informa, va sulla Rete e vede tutto, comprende che qui non c’è stata “un’ondata di maltempo” e nemmeno un alluvione. Ma un ciclone. C’è una enorme differenza di cui si accorgerebbe anche un bambino di due anni.

Eppure è proprio così che una larga parte dei media nazionali – non diciamo tutti ma molti – continua a raccontare il Ciclone – provando oggi a correggere il tiro – con un semplice rafforzativo: “eccezionale ondata di maltempo”. Ma non può bastare quella premessa “eccezionale” per rendere il senso autentico delle cose e per uscire dal cono d’ombra della fuorviante rappresentazione di una generica parentesi non troppo potente di maltempo. Un’espressione mitigata, quasi rassicurante, per certi versi neutra, che finisce per appiattire e sgonfiare la dimensione reale di ciò che di incredibile e di impressionante invece è accaduto. Non si è trattato di pioggia intensa o di una sfortunata anomalia stagionale. È stato un evento estremo, con dinamiche conseguenze che parlano chiaramente di un clima che cambia, di territori fragili e di comunità esposte a parametri ambientali estremi, persino oceanici.

Chiamarlo “maltempo” lo rende banalmente un fatto normale, ipocritamente transitorio, come se fosse stato un qualcosa di normale. Un diluvio che può capitare, passa e se ne va. Ma qui non è passato nulla: il mare si è ritirato, le ferite sono rimaste, con i danni e l’apprensione per un domani senza certezze. Nella costa orientale oltre 100 chilometri di litorale flagellato. Restano soprattutto domande ineludibili a cui si continua a rispondere con parole inadeguate. E la narrazione è anche peggio. Nel prima come nel dopo. Nell’indifferenza iniziale di un’elemosina mediatica e nella rincorsa imbarazzata ora a cercare di recuperare il tempo perduto.

Forse è il momento di fermarsi e riflettere. Di riconoscere che certe parole non bastano più, e che usarle serve solo a prendere distanza dalla responsabilità collettiva che questi eventi ci chiedono di assumere. Sì, forse è soprattutto il momento di chiedere scusa ai meridionali: ai siciliani, ai calabresi e ai sardi. A chi ha perso tutto, a chi vive in territori trattati come periferie del discorso pubblico, a chi da anni lancia allarmi che continuiamo a chiamare “allarmismi”.

Le parole non fermano i cicloni, ma possono impedire che diventino invisibili. E oggi, più che mai, abbiamo il dovere di chiamare le cose con il loro nome. E’ una questione di onestà intellettuale e di civiltà. Ma prima di tutto di rispetto verso le popolazioni che si sono trovate di fronte a un “mostro” e hanno avuto la straordinaria capacità di combatterlo chiudendosi in casa e resistendo a quel bombardamento senza che, in quel flagello, ci siano stati feriti o vittime. Ma questo è un altro capitolo della storia.

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