Pep Guardiola ha deciso: dopo l’addio al Manchester City non ci sarà nessuna nuova panchina ad attenderlo nell’immediato. Il tecnico catalano ha scelto di fermarsi, di staccare la spina e di concedersi un periodo di riflessione lontano dai campi da gioco. Non si tratta di un addio definitivo al calcio, ma piuttosto di una pausa terapeutica, un po’ come quel celebre anno sabbatico che si concesse dopo i trionfi totali alla guida del Barcellona.
Le dichiarazioni dell’ormai ex tecnico del City ai media spagnoli sono chiare: ““Io allenatore di una nazionale? Ora voglio fermarmi per un po’ e vedere cosa fare. Non lo so nemmeno io. Tornerò a studiare alla La Salle, dove ho studiato da bambino, e diventerò insegnante”.
Chi conosce bene l’allenatore sa quanto il suo modo di vivere il calcio sia viscerale, totalizzante e, di conseguenza, incredibilmente logorante. Gestire le pressioni di un club di prima fascia per così tante stagioni consecutive richiede un dispendio di energie mentali e fisiche fuori dal comune. Guardiola non è un gestore passivo, è un innovatore che vive ogni allenamento e ogni partita con un’intensità quasi ossessiva. Per questo motivo, la scelta di non saltare subito su un nuovo treno appare non solo comprensibile, ma persino fisiologica.
Nel mondo del calcio si erano già rincorse le voci più disparate sul suo futuro, con accostamenti a prestigiose panchine di nazionali o a nuove sfide nei pochi campionati europei che ancora non lo hanno visto protagonista. Questa decisione gela momentaneamente i sogni delle pretendenti, ma apre una finestra affascinante sul domani. Questo periodo di stop permetterà a Guardiola di rigenerarsi, studiare l’evoluzione del gioco da spettatore neutrale e capire quale possa essere lo stimolo giusto per la fase successiva della sua straordinaria carriera. Il calcio perde temporaneamente il suo filosofo più influente, ma lo ritroverà sicuramente più affamato di prima.


