Mentre il mandato di Sergio Mattarella si avvia verso la sua naturale conclusione, il dibattito politico italiano inizia a gravitare inesorabilmente attorno al nome di chi siederà al Quirinale, trasformando il Colle nel baricentro delle strategie di potere del Paese. Il destino della successione è però indissolubilmente legato all’esito delle elezioni politiche del 2027: sarà il colore della nuova maggioranza a dettare le regole d’ingaggio e a perimetrare il campo dei papabili.
Se dovesse prevalere il “campo largo” di centrosinistra, la lista dei pretendenti diventerebbe affollata, spaziando da figure che hanno fatto la storia recente del Partito Democratico e dei suoi alleati. Già circolano i nomi di Walter Veltroni, Dario Franceschini, Paolo Gentiloni e Pier Luigi Bersani, considerati dal mondo di sinistra profili capaci di garantire quell’equilibrio istituzionale e quel prestigio internazionale necessari per la massima carica dello Stato. Tuttavia, non mancano le opzioni “tecniche” come Franco Gabrielli o Andrea Riccardi, che potrebbero emergere qualora la politica pura non riuscisse a trovare una sintesi interna.
Dall’altra parte, nel centrodestra, resiste una regola non scritta ma spesso ferrea della storia repubblicana: quella secondo cui al Quirinale non sale mai un leader di primo piano nel pieno della sua battaglia politica, bensì una figura di “seconda linea”, capace di farsi arbitro sopra le parti. In questo scenario, le quotazioni di Pier Ferdinando Casini restano stabilmente alte, grazie alla sua innata capacità di navigare tra gli schieramenti e alla sua lunga esperienza parlamentare. Allo stesso modo, pur venendo da una storia di parte, Guido Crosetto viene osservato con attenzione come possibile carta di garanzia, qualora il centrodestra dovesse mantenere le redini del gioco ma cercasse un profilo autorevole e rispettato anche dalle opposizioni.
Non va poi sottovalutata la variabile dell’ex premier Mario Monti, una figura che ciclicamente torna nel novero dei “riservisti della Repubblica”, specialmente se il contesto economico e internazionale dovesse richiedere una guida di assoluto rigore e standing europeo. La corsa al Colle, dunque, non è solo una questione di nomi, ma un sofisticato incastro di veti incrociati e ambizioni che si misureranno con la tenuta delle coalizioni dopo il voto. Ogni mossa compiuta oggi dai partiti, ogni alleanza stretta o rotta in vista del 2027, porta in sé il seme della scelta del prossimo Capo dello Stato, in un gioco di scacchi dove la prudenza e il tempismo saranno decisivi.


