Coltelli a scuola, ovvero l’eclissi dei genitori e l’avanzata del rito stupido della lama nello zaino. Quelli che apparteniamo alle recedenti generazioni facciamo una certa fatica a ricordare episodi riguardanti ragazzi che avevano un coltello o lo portavano in classe, né che si “permettevano” di accoltellare un coetaneo o peggio ancora figure come l’insegnante. Invece, la deriva della gioventù di questo tempo, con una serie di analoghi fatti di cronaca praticamente quotidiana, consegna ad una imbarazzante dimensione di disinvolta normalità il rito del ragazzino che “guappeggia” con il coltello e non si fa scrupoli ad utilizzarlo per minacciare o aggredire qualcuno. Gli episodi si susseguono, la violenza dilaga e la linea di confine è stata oltrepassata. Ma soprattutto la misura è colma. Genitori assenti e coltelli presenti all’appello: basta, dove vogliamo arrivare di questo passo? Come ci siamo ridotti? Siamo ancora una società degna di essere chiamata civile?
È arrivato il momento di dire basta, ma non a chiacchiere e neanche con la solita retorica finto-perbenista che poi sottovaluta, generalizza e trova sempre un modo o un altro per giustificare e far sembrare meno grave il gesto del giovane di turno che porta il coltello. Qui non ci può essere niente da giustificare. Non esiste alcun disagio ma la capacità o incapacità di far funzionare le proprie intelligenze: quelle giovani che vanno educate e accompagnate alla vita, e quelle adulte di chi è chiamato a insegnarla la vita.
La scuola non può e non deve essere un territorio di frontiera. Entrare in classe con un coltello in tasca non è una “bravata”, è il segnale di un fallimento educativo profondo che va affrontato con un’unica risposta possibile: consapevolezza e severità. O per meglio dire la percezione netta di quanto sia diventata pericolosa questa situazione, e quindi l’assunzione di responsabilità che è la base di tutto e che compete ai genitori.
Per troppo tempo i genitori hanno cercato giustificazioni psicologiche a ogni eccesso, trasformando la comprensione in impunità. Ma la scuola dovrebbe essere un luogo della cultura e del rispetto, non un’arena per piccole e stupide faide. Se un ragazzo pensa di poter girare armato tra i banchi, significa che è saltato quel confine tra il bene e il male, tra ciò che è permesso e ciò che è criminale. Il concetto di tolleranza zero non può essere uno slogan di circostanza ma l’unica soluzione possibile: chi sbaglia deve pagare, dentro e fuori dal contesto scolastico. Da una parte non solo con voti bassi, ma con sanzioni disciplinari che lascino il segno. Dall’altra parte con l’intervento deciso delle autorità e con un approccio duro che compete ai genitori. Quelli che devono educare. Punto.
Ecco perché la severità nelle aule non basta se poi a casa regna il vuoto. È ora che i genitori ricomincino a fare i genitori. La smettano con questo assurdo ribaltamento di ruoli dove gli adulti si comportano da “amici” o, peggio, da “figli” dei propri figli, pronti a difendere l’indifendibile e a fare ricorso per una nota o un brutto voto. Ognuno deve fare la sua parte.
Essere genitori significa dare regole, saper dire di “no” e prendersi la responsabilità di controllare cosa c’è nello zaino dei propri ragazzi, ma soprattutto cosa c’è nelle loro teste. Se un padre o una madre giustificano la violenza o minimizzano un’arma, stanno abbandonando i loro figli al loro peggior destino. La severità non è mancanza d’amore, è l’atto di cura più alto per insegnare a un giovane che le azioni hanno delle conseguenze.
Il tempo delle carezze sulla testa a chi impugna una lama è finito. La scuola deve tornare a essere un luogo sacro, ma le famiglie devono tornare a essere il primo argine contro la barbarie.
E se qualcuno ha le idee confuse ci piace rimarcare il pensiero di Paolo Crepet, noto ed apprezzato psichiatra e sociologo. Parole che condividiamo e sottoscriviamo alla lettera. Anzi alla virgola.
“Sono tanti anni che commento ormai queste cose e me ne occupo – ha detto Crepet -. Le trattavo già 30 anni fa. Ci siamo resi conto? Non lo so. Ci sono sempre giustificazioni, i padri e le madri che giustificano i figli. Ragazzi di 13 e 14 anni vanno in giro e aggrediscono qualcuno. Cosa sta accadendo? Io la definirei frustrazione. Non c’è futuro per questi ragazzi. In parte glielo abbiamo tolto noi, in parte non sanno costruirselo loro. Continuiamo a sminuire e a dire che sono ragazzate, come pensa qualcuno. Io sarei severissimo. Ci vuole severità. Anni fa me lo disse una compagna di liceo di Erika, la ragazza che aveva ucciso la mamma e il fratellino a Novi Ligure. Andai a scuola e una ragazza mi disse: “Siate severi, insegnateci a sperare”.. Non lo abbiamo fatto, siamo degli ignavi, ci interessano le cose che ci fanno passare la giornata. Siamo distratti da qualsiasi cosa. Ultima cosa: se i social servono per queste cose, perché ce li teniamo? Vogliamo dire che a Milano c’è stata soltanto una coltellata finita male? E’ successo ovunque. Basta con questo sminuire e parlare di “mele marce”. Non è così. Qui c’è un fallimento educativo assoluto, totale e senza appello. Se ci mostriamo pavidi e pensiamo soltanto a giustificare, dove andiamo?. Abbiamo dato tutto per scontato, la fatica di trovare un futuro. Ma anche l’amore per gli altri è diventato faticoso. Ci siamo bastati. Ci siamo fatti bastare ciò che abbiamo. Ma che abbiamo?”.


