TAORMINA – L’Associazione Serapide torna sui recenti accadimenti del Ciclone Harry e punta l’attenzione sui danni ma anche le cause del disastro.
“Il silenzio dei miserabili colpevoli – evidenzia Serapide -. Mentre infuriava il Ciclone Harry e la notizia rimbalzava in tempo reale in mezza Europa, in Italia invece i mass media nazionali, televisioni e stampa, accennavano a mala pena ad una ondata di mal tempo, mentre la politica latitava. A distanza di una settimana vi sono state le prime comparse e le prime promesse. Ora non vi è dubbio che ciò che è accaduto era già previsto da lungo tempo, in maniera progressiva se ne iniziava a parlare fin dal 1980, eppure la gestione del territorio in chiave preventiva non è mai stata applicata se non a parole. Fra le varie concause del cambiamento climatico, le responsabilità umana sono chiare ed evidente, fra queste, la cattiva amministrazione della polis e la gestione degli affari comuni per il bene dei cittadini ha giocato un ruolo determinante, sia nel dissesto idrogeologico, sia nell’erosione costiera. Gli immensi danni riguardano: le vie stradali, la ferrovia, interrotta in vari punti; i sotto servizi, rete idrica e fognaria; vari esercizi commerciali e proprietà private; l’inquinamento ambientale a tutto tondo. E cosa fanno adesso i responsabili di tutto ciò? Scaricano meschinamente le proprie responsabilità. La devastante frana di Niscemi non ha nulla a che vedere con il ciclone Harry, eppure ora tutti i riflettori sono puntati su un dissesto idrogeologico noto da tempi immemorabili, il tutto per deviare l’attenzione da chi doveva fare e non ha fatto e trovare il capro espiatorio, i cittadini e la Natura”.
Serapide richiama un approfondimento tratto da “Terra e Vita” nel quale si evidenzia che: “Tra il 1980 e il 2022 in Italia i cambiamenti climatici hanno prodotto danni per 111 miliardi di euro: 57,1 miliardi per alluvioni, 30,6 per ondate di calore, 15,2 miliardi per le precipitazioni, 8,2 miliardi per siccità, incendi boschivi e ondate di freddo. Lo rivela il Focus Censis-Confcooperative “Disastri e climate change, conto salato per l’Italia”. I disastri come terremoti, eruzioni, frane e altri fenomeni geofisici hanno fatto danni per poco meno di 100 miliardi. Complessivamente, le perdite economiche causate da eventi estremi e da disastri naturali fra il 1980 e il 2022 si attestano sui 210 miliardi di euro. Il rapporto certifica come negli ultimi 40 anni un terzo del valore dei danni provocati da eventi estremi nella Ue sia stato pagato dall’Italia. Per il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini «parliamo di 42,8 miliardi solo dal 2017 al 2022. Nel 2022 è costato quasi l’1% di Pil, lo 0,9% per l’esattezza, pari a 17 miliardi circa: un importo poco inferiore a una manovra finanziaria”.
“Ben una Pmi su quattro – aggiunge Gardini – sono minacciate, perché localizzate in comuni a rischio frane e alluvioni e presentano una probabilità di fallire del 4,8% più alta di quella delle altre imprese una volta che si sia verificato l’evento avverso». Allo stesso modo queste imprese realizzerebbero un risultato economico inferiore del 4,2% e una dimensione d’impresa, in termini di addetti, anch’essa inferiore alle imprese localizzate in territori non esposti a rischi di frane e alluvioni. Siccità e alluvioni le più “cattive”. L’agricoltura è il settore più colpito dal clima: solo nel 2022 sono stati persi circa 900 milioni. Per Gardini «l’andamento dell’economia agricola nel 2022 ha registrato un calo della produzione dell’1,5%, poco meno di 900 milioni di euro». Buona parte del risultato negativo è da imputare alla siccità. Quasi tutte le tipologie di coltivazioni hanno subito un duro contraccolpo: la produzione di legumi (-17,5%), l’olio di oliva (-14,6%), i cereali (-13,2%). In flessione anche ortaggi (-3,2%), piante industriali (-1,4%) e vino (-0,8%). Il comparto zootecnico ha subito una riduzione della produzione pari allo 0,6%. Dal punto di vista territoriale, la flessione del volume di produzione ha avuto una maggiore incidenza nel Nord Ovest (-3,5%) e nel Sud (-3%), mentre al Centro non si è registrata alcuna variazione. Se si guarda al valore aggiunto, la tendenza negativa appare particolarmente evidente nel Nordovest, con un -7,6%. Al Sud il valore aggiunto si riduce del 2,9%”.


