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Caso Salis, lo scandalo che non c’è. Rispetto per la Polizia: un controllo non è regime

Il caso del controllo di polizia nei confronti di Ilaria Salis rappresenta un episodio emblematico di come la cronaca possa essere distorta attraverso lenti ideologiche e l’informazione in Italia sia ormai caduta nella deriva di uno sprofondo irreversibile o quasi. L’episodio che ha riguardato l’europarlamentare di AVS si è trasformato per qualcuno (per fortuna non per tutti) da un atto di ordinaria amministrazione in un presunto scandalo di Stato.

“Rendiamoci conto a che punto siamo arrivati con il Governo Meloni al potere. Viviamo già in uno Stato di polizia. Ma non dobbiamo lasciarci intimidire. L’Italia è ormai un regime”, ha commentato Salis. Ma di quale “regime” e “Stato di polizia” parla l’europarlamentare di AVS? In Italia più che un “regime” sembra vi sia un liberi tutti che va, semmai, nella direzione opposta.

Analizzando i fatti viene fuori che si è costruito un polverone sollevato sul nulla, con il solito sensazionalismo all’italiana che ha preso il sopravvento sulla realtà dei protocolli operativi. Le forze dell’ordine, intervenendo, non hanno fatto altro che il proprio dovere, agendo con professionalità e nel pieno rispetto delle normative vigenti.

Basterebbe leggere la nota della Questura di Roma che ha precisato così l’accaduto: “L’attività origina, quale atto dovuto, da una segnalazione proveniente da un Paese terzo del panorama europeo, che non consente margine di discrezionalità negli adempimenti richiesti alle autorità italiane”. Il controllo sarebbe partito da una segnalazione della Germania, scattato nell’ambito del sistema di segnalazioni Schengen ma l’operazione non è legata a vicende passate che avevano portato alla detenzione della Salis in Ungheria, né è quest’ultimo il Paese che avrebbe richiesto i controlli.

Il personale intervenuto si è limitato a richiedere i documenti a lei e alla persona in sua compagnia. Nel momento in cui il personale si è reso conto che si trattava dell’europarlamentare, ogni verifica è stata interrotta senza fare accesso alla stanza d’albergo. Pertanto nessuna perquisizione e nessuno atto è stato compiuto”, ha fatto sapere la Questura di Roma. “In nessun caso e in nessun modo l’identificazione può essere messa in correlazione con le recenti normative approvate sull’ordine pubblico” viene aggiunto. “Si esclude pertanto categoricamente – sottolineava la Questura – che possa essere stato un controllo preventivo effettuato in relazione alla manifestazione di oggi, bensì di un atto dovuto in base agli obblighi internazionali”. Il controllo, viene ribadito, non è stato una “iniziativa della polizia italiana”. “L’intervento della volante – ha aggiunto la Questura di Roma – è avvenuto su richiesta di un paese estero e sulla base di un sistema di collaborazione internazionale tra forze di polizia, che è immutato da anni”.

Lo scandalo, se di scandalo si può parlare, risiede proprio nell’interpretazione che si è voluto dare a un controllo d’identità. È stato sollevato il dubbio che tale atto fosse una sorta di intimidazione politica, ma la realtà è molto più pragmatica: la polizia italiana ha agito a seguito di una segnalazione formale proveniente, a quanto pare, dalla Germania. In un contesto di cooperazione internazionale tra forze di polizia, ignorare una comunicazione di un Paese partner sarebbe stata un’omissione. Gli agenti hanno eseguito gli accertamenti previsti senza andare oltre: ed infatti non c’è stata alcuna perquisizione, nessuna violazione della sfera privata, ma solo una verifica documentale che si è conclusa in breve tempo. È difficile, insomma, comprendere dove si annidi l’abuso in una procedura lineare e trasparente.

C’è poi il tema, fondamentale in una democrazia, dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il fatto che Ilaria Salis sia un’europarlamentare non può esentarla dai controlli che potrebbero interessare qualsiasi altro cittadino in circostanze analoghe. Il mandato elettorale conferisce prerogative politiche e immunità funzionali per l’esercizio delle proprie attività, ma non può diventare un lasciapassare per porre in essere dei distinguo tra cittadini sulle normali verifiche delle autorità. Sostenere il contrario significherebbe creare una casta privilegiata immune persino ai controlli di routine, un concetto che contrasta con lo spirito egualitario delle nostre Istituzioni. Se le forze dell’ordine ricevono una segnalazione, hanno l’obbligo di verificare, indipendentemente dal cognome o dalla carica della persona coinvolta.

Parlare di “regime” o evocare il “fascismo” a fronte di un semplice controllo di documenti è un’operazione mediatica di retorica che non c’entra niente con l’accaduto. In un regime reale, il dissenso viene represso con la forza e i diritti fondamentali vengono calpestati sistematicamente; qui, invece, siamo in presenza di uno Stato di diritto dove la polizia opera all’interno di una cornice legale precisa e sotto il controllo della magistratura. Utilizzare parole così dure per descrivere un episodio di normale amministrazione è fuori luogo. Le forze di polizia sono un presidio di legalità e sicurezza per tutti: dipingerle come “braccio armato” della politica e di un’immaginaria svolta autoritaria solo perché hanno fatto il loro mestiere è un errore di prospettiva, una interpretazione fuorviante che non giova a nessuno.

E allora è tempo di abbassare i toni e di non cercare lo scontro su tutto. E’ importante evitare di accendere la miccia di nuove tensioni. Bisogna riportare la discussione sui binari del buon senso. Il controllo alla Salis è stato un atto dovuto, scaturito da canali di comunicazione internazionali e gestito senza eccessi. Fine delle trasmissioni. Non c’è stato il sopruso di cui parlano Bonelli e Fratoianni e la Salis stessa. Non c’è stata la violazione dei diritti, tant’è che la polizia non è andata oltre il riconoscimento della persona. E non c’è stato un attacco alla democrazia. Riconoscere che le forze dell’ordine hanno agito correttamente è il primo, fondamentale, passo per rispettare le Istituzioni. Alimentare il sospetto e gridare allo scandalo, evocando una regia politica, può solo indebolire la fiducia dei cittadini nello Stato, trasformando la normale attività di sicurezza in un campo di battaglia ideologico che non ha ragione d’esistere e che non c’entra nulla con le contese della politica.

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