Il nastro si riavvolge e la follia ricomincia. La geopolitica mondiale sembra aver azzerato il suo timer sul braccio di ferro tra Usa e Iran, proiettandosi nuovamente in una dimensione che si pensava fosse ormai acqua passata. Il macabro gioco delle bombe, del sistematico mancato rispetto dei patti internazionali e delle minacce incrociate è ufficialmente ripartito, riproponendo un clima di perenne conflittualità e pericolosa tensione.
Da una parte, la retorica del martirio e della vendetta promessa da figure chiave come Mojtaba Khamenei; dall’altra, l’avvertimento brutale di Donald Trump, che fa ripartire i raid e si dice pronto a ordinare la distruzione totale dell’Iran in caso di attentato alla sua vita. Questa spirale di dichiarazioni incendiarie dimostra come la diplomazia sia stata ridotta a un vuoto esercizio formale, sostituita da un linguaggio di pura forza e ritorsione distruttiva.
A spaventare il mondo è anche e soprattutto la totale imprevedibilità (e inaffidabilità) di Donald Trump in un quadro soggetto a ripetuti momento nei quali il quadro si destabilizza e dove passa in secondo piano l’eco dei catastrofici riverberi economici causati da un simile modo di gestire la cosa pubblica. Non da meno l’atteggiamento del regime iraniano, che prima firma un memorandum e poi continua a usare lo Stretto di Hormuz come strumento di pressione sulla comunità internazionale.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta l’arma di ricatto geopolitico ed economico più formidabile nelle mani dell’Iran. Questa stretta via d’acqua, larga appena 30 chilometri nel suo punto più stretto, è l’imbuto attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) mondiale. Controllare o minacciare questo corridoio marittimo permette a Teheran di tenere in ostaggio non solo i Paesi del Golfo, ma l’intera economia globale.
Bisogna fare grandissima attenzione, perché l’ossessione bellica di Teheran, contrapposta all’imperialismo a stelle e strisce di Trump, rischia di bloccare anche l’altra via d’acqua cruciale del pianeta, stringendo il commercio mondiale in una morsa assai più pericolosa. Oltre allo Stretto di Hormuz, che è riferimento dei flussi di movimento per 1/4 del petrolio globale, l’Iran potrebbe provare a sigillare lo Stretto di Bab el-Mandeb, la porta d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez, muovendo come pedine i ribelli Houthi in Yemen. Se questa seconda rotta venisse interrotta in contemporanea a Hormuz, verrebbe paralizzato non solo un quarto del petrolio mondiale, ma anche oltre il 12% dei container diretti in Europa, costringendo i mercantili a circumnavigare l’Africa. Ignorare questo imminente raddoppio del ricatto significa condannare l’economia globale a uno shock inflazionistico pesantissimo. I leader internazionali vogliono continuare a giocare? Si spera vivamente di no.


